Giorno del Ricordo. Una ferita aperta

febbraio 2018

Istituito con la legge 30 marzo 2004 n. 92, il Giorno del Ricordo vuole conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Perché il 10 febbraio? La data è simbolica e si riferisce al 1947 quando entrò in vigore il trattato di pace con cui le province di Pola, Fiume, Zara, parte delle zone di Gorizia e di Trieste, passarono alla Jugoslavia. Le prime stragi avvennero all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943 quando si scatenò l'offensiva dei partigiani comunisti contro nazisti e fascisti. Ma il massacro più vasto fu messo in atto a guerra finita, nel maggio del 1945, per costringere gli italiani a fuggire dalle province istriane, dalmate e della Venezia Giulia. Secondo le fonti più accreditate le vittime da diversi storici furono intorno alle 10.000, diversi storici affermano anche di più.

Per celebrare il Giorno del Ricordo anche quest’anno la Biblioteca comunale di Imola, propone alcuni titoli (testi storici e di narrativa) che sapranno offrire l’occasione per riflettere ancora una volta su questi fatti atroci.


Antefatti alle Foibe

Gli eccidi delle foibe e il successivo esodo costituirono l'epilogo di una secolare lotta per il predominio sull'Adriatico orientale, che fu conteso da popolazioni italiane e slave (prevalentemente croate, slovene ma anche serbe). Tale lotta s’inserì all'interno di un fenomeno più ampio che fu legato all'affermarsi degli stati nazionali in territori etnicamente misti.

Di seguito alcuni testi che ripercorrono gli antefatti storici agli eccidi sferrati ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia.

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Elena Aga Rossi e Maria Teresa, Una guerra a parte: i militari italiani nei Balcani, 1940-1945, Giusti, Bologna, Il mulino, 2011

Nel 1939 l'Italia fascista invadeva l'Albania e di lì, nel 1940, tentava la conquista della Grecia, portata a termine con il soccorso decisivo della Germania. Poi fu la volta della Jugoslavia. Fra 1940 e 1943, l'Italia aveva occupato in tutto o in parte Slovenia, Croazia, Dalmazia, Erzegovina, Montenegro, le isole Ionie, la Grecia. Quando sopravvenne l'armistizio dell'8 settembre 1943, circa il 40 per cento dell'esercito italiano, quasi mezzo milione di uomini, era nei Balcani. Questo volume racconta per la prima volta nel dettaglio, regione per regione, l'intera parabola degli italiani nei Balcani: l'occupazione, la lotta ai partigiani, la crisi dell'otto settembre fra rimpatri caotici, cattura da parte dei tedeschi, collaborazionismo e resistenza.

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Elio Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia, 1918-1943: ricerche storiche, Bari, Laterza, 1966

Saggio sulla storia della Venezia Giulia tre le due guerre mondiali con una raccolta di documenti da importanti fondi di uffici statali e di enti locali delle province di Trieste e Gorizia nel periodo 1940-1945: dalla fine del dominio asburgico alla vittoria dell’antifascismo.

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Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Vicenza, Neri Pozza, 2005

"Italiani, brava gente"? Non la pensa così lo storico Angelo Del Boca che ripercorre la storia nazionale dall'unità a oggi e compone una sorta di "libro nero" degli italiani, denunciando gli episodi più gravi, in gran parte poco noti o volutamente e testardamente taciuti e rimossi. Si va dalle ingiustificate stragi compiute durante la cosiddetta "guerra al brigantaggio" alla costruzione in Eritrea di un odioso universo carcerario. Dai massacri compiuti in Cina alle deportazioni e agli eccidi in Libia a partire dal 1911. Dai centomila prigionieri italiani lasciati morire di fame in Austria, durante la Grande Guerra, al genocidio del popolo cirenaico fino alle bonifiche etniche sperimentate nei Balcani.

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Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce: l'internamento civile nell'Italia fascista, 1940-1943, Torino, Einaudi, 2004

Un saggio nel quale l'autore fornisce nell'Italia fascista precise indicazioni sui diversi tipi di campi e sulle pratiche di deportazione e internamento storicamente sperimentate. L'analisi tratta anche della Yugoslavia occupata, poiché la vicenda dei civili jugoslavi rappresenta, nel quadro dell'internamento civile fascista, un capitolo quasi ignorato della storia italiana del Novecento.

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Marina Cattaruzza, L'Italia e il confine orientale, 1866-2006, Bologna, Il mulino, 2008

Nel corso della storia d'Italia il confine orientale ha sempre costituito una zona di frizione e scontro. A partire dalla disastrosa guerra del 1866, per arrivare alla situazione attuale, l'autrice ricostruisce con puntualità la storia di questo confine contestato e conteso: lo sviluppo dell'irredentismo, l'intervento nella Grande Guerra, la sistemazione postbellica del territorio sulle ceneri dell'impero austro-ungarico (con la clamorosa protesta dell'occupazione di Fiume), l'aggressiva politica fascista, la durissima e violenta contesa con la Jugoslavia, la spartizione del territorio nel dopoguerra sancita dal trattato di pace del febbraio 1947, il ritorno di Trieste all'Italia nel 1954.

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Fronte jugoslavo-balcanico: c'ero anch'io, a cura di Giulio Bedeschi, Milano, Mursia, 1985

Secondo la formula e l’impostazione dei volumi della serie già pubblicati si è deliberatamente dato spazio alle voci più disparate, che hanno ricostruito un particolare di vita umana individuale o collettiva. L’insieme costituisce un mosaico dalle tessere, dal quale emanano luci e ombre, e comunque stralci di vita che nel totale riflettono la condizione dell’uomo in guerra, con gli stati d’animo, i problemi e i drammi vissuti volta per volta da schiere di soldati, o dagli ufficiali subalterni o dagli ufficiali superiori e generali che erano tenuti ad affrontare la quotidiana realtà della guerra con responsabilità decisionali.

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Eric Gobetti, Alleati del nemico: l'occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943), Roma, Bari, GLF editori Laterza, 2013

Negli anni cruciali della Seconda guerra mondiale, l'Italia fascista impiega enormi risorse militari, diplomatiche, economiche e propagandistiche per imporre il suo dominio su circa un terzo dell'intero territorio jugoslavo. È una parabola breve, dai sogni di dominio di Mussolini sui Balcani nella primavera del 1941 al senso di sconfitta nell'estate del 1943. Efficacemente osteggiati dai partigiani di Tito, gli occupanti stringono ambigue alleanze con diverse realtà collaborazioniste, contribuendo a scatenare una feroce guerra civile. Vittime e carnefici al tempo stesso, i soldati del regio esercito combattono con pochi mezzi e scarse motivazioni ideali, costretti a vivere mesi e mesi in condizioni estreme.

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Pasquale Iuso, Esercito, guerra e nazione: i soldati italiani tra Balcani e Mediterraneo orientale, 1940-1945, Roma, Ediesse, 2008

Il volume ricostruisce le vicende dell'esercito italiano all'estero durante gli anni del secondo conflitto mondiale, prendendo in considerazione alcuni teatri bellici che ne hanno visto protagonisti i militari dal momento dell'invasione fino al periodo immediatamente successivo al crollo determinato dall'armistizio dell'8 settembre 1943. L'autore, utilizzando la documentazione originale e una vasta bibliografia, analizza in particolare il modificarsi del rapporto con la nazione e la guerra da parte dei soldati inviati a conquistare, occupare e resistere anche nei territori della penisola balcanica.

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Camilla Poesio, Il confino fascista: l'arma silenziosa del regime, Roma, Bari, GLF editori Laterza, 2011

Camilla Poesio esamina, oltre agli aspetti tecnici della misura punitiva, anche il rapporto pubblico/privato individuato nello studio di documenti ufficiali e di testimonianze, diari e memorie. La vita di coloro che conobbero quest'esperienza fu infatti segnata dalle dure condizioni alimentari, abitative, sanitarie, dalle violenze fisiche e psicologiche commesse dalle guardie e dalla sostanziale indifferenza della popolazione locale. Essere diventati cittadini senza diritti, non potere disporre di alcuna garanzia, non potere rispondere e controbattere alle accuse era l'aspetto più duro da sostenere per i confinati. L'analisi dell'intreccio fra sfera individuale e contesto generale restituisce uno spaccato chiaro della repressione fascista e demolisce il persistente giudizio sul confino come uno strumento blando e con poche conseguenze sulla vita dei detenuti.

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Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo: le politiche di occupazione dell'Italia fascista (1940-1943), Torino, Bollati Boringhieri, 2002

La prima parte, più generale, mette in luce l'ideale fascista dell'"ordine nuovo" in un dopoguerra vittorioso. Viene delineato il profilo degli italiani conquistatori e si esplorano l'influenza dell'ideologia fascista, la percezione delle popolazioni civili, i processi d'interiorizzazione e di pratica della violenza. La seconda parte approfondisce sia l'aspetto delle relazioni tra autorità occupanti e governi dei territori occupati, sia lo sfruttamento economico. Analizza inoltre l'italianizzazione forzata delle province annesse e l'albanizzazione del Kosovo e della Macedonia occidentale.

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Le Foibe nei testi di storia

In Istria sono state registrate più di 1.700 foibe. Furono utilizzate per infoibare gli sfortunati istriani e triestini, italiani ma anche slavi, antifascisti e fascisti, colpevoli di opporsi all’espansionismo comunista slavo, propugnato d Tito. Le vittime vivevano condotte, dopo atroci sevizie, nei pressi della foiba; gli aguzzini bloccavano loro i polsi e i piedi con filo di ferro e li legavano gli uni agli altri, i massacratori si divertivano a sparare al primo del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé gli altri. Terrorizzati e vessati oltremodo gli italiani rimasti in Istria furono costretti a scappare attraverso la città di Trieste. Gli esuli furono riuniti nei diversi centri di raccolta della penisola italiana dove cercarono di ricostruirsi una vita.

La Biblioteca di Imola propone alcuni testi storici, per ricordare.

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Simone Cristicchi, Magazzino 18: storie di Italiani esuli d'Istria, Fiume e Dalmazia, Mondadori, 2014

Lettere, fotografie, pagelle, diari, reti da pesca, letti, sedie, pianoforti muti, martelli. Questi e innumerevoli altri oggetti d'uso quotidiano riposano nel Magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste. Oltre sessant'anni fa tutte queste masserizie furono consegnate al Servizio Esodo dai legittimi proprietari, gli italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia, un attimo prima di trasformarsi in esuli: circa trecentocinquantamila persone costrette a evacuare le loro case e abbandonare un'intera regione in seguito al Trattato di pace del 10 febbraio 1947, che consegnò alla Jugoslavia di Tito quel pezzo d'Italia da sempre conteso che abbraccia il mare da Capodistria a Pola. Di questa immensa tragedia quasi nessuno sa nulla. Eppure è storia recente, a portata di mano e documentata: basta aprire le porte del Magazzino 18. Porte che Simone Cristicchi ha spalancato. (ibs.it)

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Diego De Castro, La questione di Trieste: l'azione politica e diplomatica italiana dal 1943 al 1954, Trieste, Lint, 1981

Questo testo costituisce quanto di più completo sia mai stato scritto sull'azione politica e diplomatica italiana dal 1943 al 1954. Il problema di Trieste costituì il principale tema sia della nostra politica estera che di quella interna, dal 1943 al 1954. Infatti, non si trattò soltanto di evitare la perdita dell'estremo lembo d'Italia ma si trattò anche di cercar, invano, di salvare i quasi 300.000 italiani della Venezia Giulia che furono poi costretti a lasciare le loro terre dando luogo a una grande diaspora.

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Foibe, il peso del passato: Venezia Giulia 1943-1945, a cura di Giampaolo Valdevit, Marsilio, 1997

La tragedia delle Foibe è un capitolo del nostro passato che non ha trovato spazio nella memoria storica degli italiani. Scoppiò a Trieste e nella Venezia Giulia nel maggio del 1945, anticipata nel settembre 1943 in Istria. Di questa vicenda i curatori del volume, ripercorrono il dibattito incessante che ha aspramente diviso la società triestina e giuliana con un forte intreccio fra storia e politica. Ma essi offrono anche nuove chiavi interpretative e cercano di mettere un po’ d’ordine nella congerie d’indagini statistiche che hanno teso a dilatare o, al contrario, a ridurre la portata del fenomeno.

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Alessandra Kersevan, Lager italiani, pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943, Nutrimenti, 2008

Dopo l'aggressione nazifascista alla Jugoslavia, fra il 1941 e l'8 settembre del 1943, il regime fascista e l'esercito italiano misero in atto un sistema di campi di concentramento nei quali furono internati decine di migliaia di jugoslavi: donne, uomini, anziani, bambini, rastrellati nei villaggi bruciati con i lanciafiamme. Lo scopo di Mussolini era quello di eliminare qualsiasi appoggio della popolazione alla resistenza jugoslava e di eseguire una vera e propria pulizia etnica, sostituendo le popolazioni locali con italiani. Una tragedia rimossa dalla memoria nazionale e raccontata in questo libro anche grazie a un’importante documentazione fatta di foto, lettere, testimonianze dei sopravvissuti.

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Giuseppina Mellace, Una grande tragedia dimenticata: la vera storia delle foibe, Newton Compton, 2014

Ancora oggi, nonostante l'istituzione del Giorno del Ricordo il 10 febbraio e nonostante il dibattito che da anni imperversa su questo tema, il dramma delle Foibe resta sconosciuto ai più. Eppure, si stima che vi abbiano trovato la morte migliaia di persone. Ecco perché è necessario ricordare le vicende di alcune vittime, attraverso i diari e le testimonianze di quel periodo. Storie particolarmente significative perché raccontano di una doppia rimozione: il silenzio calato per decenni sulle Foibe e, prima ancora, il naturale riserbo che si imponeva alle donne dell'epoca.

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Naufraghi della pace: il 1945, i profughi e le memorie divise d'Europa, a cura di Guido Crainz, Raoul Pupo e Silvia Salvatici, Roma, Donzelli, 2008

La *Slovenia tra memorie ritrovate e storie sottratte / Marta Verginella.
«Naufraghi nella tempesta della pace»: un documentario della «Settimana Incom» del 1947 evocava così la tragedia dei profughi dell’Istria. Si aggiungevano a milioni e milioni di altri «naufraghi» frutto degli sconvolgimenti della guerra e del dopoguerra: milioni di persone sradicate dalla propria terra dalle deportazioni operate dalla Germania nazista e dalla Russia staliniana, ex prigionieri, donne e uomini in disperata fuga dall’inferno della Shoah o dalle zone martoriate dagli spostamenti del fronte. E a questa marea di profughi se ne somma un’altra, alimentata da milioni di persone espulse a forza dai paesi dell’Europa centro-orientale. I saggi a più mani che compongono il volume sono volti a illuminare alcuni squarci di questa vicenda, in cui drammi personali e collettivi si intrecciano: le sue origini lontane e al tempo stesso il suo collocarsi nel difficile dopoguerra di un’Europa profondamente piagata e già avviata verso le nuove divisioni e lacerazioni della guerra fredda. Essi evocano, infine, le profondissime ferite di memoria che quel trauma ci ha lasciato, nella convinzione che elaborare collettivamente il lutto di un tragico passato è un momento necessario nella costruzione di un futuro comune.(Donzelli)

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Gianni Oliva, Esuli, dalle foibe ai campi profughi, la tragedia degli Italiani di Istria, Fiume e Dalmazia, Mondadori, 2011

Le migliaia di giuliano-dalmati arrestati e uccisi dall'esercito nazionalcomunista di Tito nella primavera del 1945, i quasi trecentomila costretti ad abbandonare le proprie terre e a rifugiarsi nei centri raccolta profughi, sono il prezzo estremo che l'Italia ha pagato per una guerra che ha contribuito a scatenare e che ha perso. Per oltre mezzo secolo di tutto questo si è scelto di non parlare per evitare verità difficili e scomode. Attraverso una ricca documentazione fotografica questo volume ripercorre la vicenda della frontiera nordorientale nel corso del Novecento. Ne deriva un ritratto efficace ed esaustivo che accompagna il lettore alla scoperta della tragedia negata degli italiani d'Istria, di Fiume e della Dalmazia.

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Gianni Oliva, Foibe: le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria, Mondadori, 2002

Dopo la fine della guerra, tra il maggio e il giugno 1945, migliaia d’italiani della Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia furono trucidati dall'esercito jugoslavo del maresciallo Tito, molti di loro furono gettati nelle "foibe", che si trasformano in grandi fosse comuni, molti altri deportati nei campi della Slovenia e della Croazia, dove morirono di stenti e di malattie. Le stragi s’inquadrano in una strategia politica mirata a colpire chi si opponeva all'annessione delle terre contese alla nuova Jugoslavia.

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Gianni Oliva, Profughi, dalle foibe all'esodo, la tragedia degli italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia, Mondadori, 2005

Tra il 1944 e la fine degli anni Cinquanta, gran parte della comunità italiana dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia abbandonò la propria terra. A ondate successive, quasi 300.000 persone, appartenenti a ogni classe sociale, furono costrette a fuggire dal nuovo regime nazionalcomunista di Tito che confiscò le loro proprietà, arrivando a un vero e proprio tentativo di "pulizia etnica". Attraverso un'analisi attenta in cui s’intrecciano lo scenario locale e quello internazionale, l’autore ripercorre le tappe di questa vicenda.

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Gianni Oliva, Si ammazza troppo poco. I crimini di guerra italiani. 1940-43, Milano, Mondadori, 2006

In questo saggio Gianni Oliva prosegue la sua rivisitazione delle pagine dimenticate della storia nazionale affrontando il tema, ancora oggi poco noto, dei 1857 ufficiali e soldati di cui fu chiesta l'estradizione per crimini di guerra. Dall'analisi di queste vicende, grazie anche a molti documenti inediti, emergono le strategie di controguerriglia, le atrocità inferte e quelle patite, ma, soprattutto, affiorano le ragioni che hanno determinato più di sessant'anni di oblio creando lo stereotipo degli "italiani brava gente".

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Jože Pirjevec, Foibe, una storia d'Italia, Einaudi, 2009

Il sanguinoso capitolo delle "foibe", legato alla fine della Seconda guerra mondiale, che vide "regolamenti di conti" dappertutto in Europa, dove si era manifestata una qualche Resistenza, è stato erroneamente considerato come una delle vicende minori di quella mattanza mondiale che pretese cinquanta milioni di vite umane. Dato però che si colloca in una realtà mistilingue, esso è ancor vivo nella memoria collettiva dell'area giuliana e ancora sfruttabile a fini politici interni e internazionali. Sebbene il contenzioso sulle frontiere sia stato risolto attraverso un lungo e articolato processo diplomatico [...], esso non si è ancora risolto nelle menti e nei cuori delle popolazioni interessate.

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Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio, Rizzoli, 2005

A partire dall'8 settembre 1943, nelle terre che costituivano i confini orientali d'Italia, l'Istria e la Dalmazia, si consumò una duplice tragedia. I partigiani jugoslavi di Tito instaurarono un regime di terrore che prefigurava la "pulizia etnica" di molti decenni dopo e trucidarono migliaia d’italiani gettandoli nelle cavità carsiche chiamate foibe. Il trattato di Parigi del 1947 ratificò poi il passaggio di Istria e Dalmazia alla Jugoslavia, scatenando l'esodo del novanta per cento della popolazione italiana (circa 300.000 persone). Lo storico Raoul Pupo disegna in questo libro un quadro completo di quelle vicende.

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Raoul Pupo, Trieste '45, GLF editori Laterza, 2010

Siamo nell'aprile del 1944 e Trieste è occupata dai nazisti. Da qui inizia la ricostruzione di Raoul Pupo delle vicende che sono note come "questione adriatica" e che culminano nel 1945, quando la città viene occupata dall'armata jugoslava e continuano a essere perpetuate le stragi note come le "foibe giuliane". Il volume affronta le questioni centrali che s’intrecciarono in quel breve arco di tempo: le relazioni internazionali rispetto alla "crisi di Trieste" fra gli accordi di Jalta e l'ascesa di Tito, i contatti fra il movimento di liberazione italiano e quello jugoslavo e i negoziati privati di Togliatti con Tito, i rapporti complessi fra i comunisti italiani e quelli jugoslavi.

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Guido Rumici, Fratelli d'Istria: 1945-2000, italiani divisi, Mursia, 2001

Rumici narra in questo libro il destino di quanti rimasero ad abitare in Istria e a Fiume sotto il regime del maresciallo Tito dopo l'occupazione delle truppe jugoslave al termine del secondo conflitto mondiale. Pochi sanno che la maggior parte degli abitanti di quelle terre scelse l'esodo e abbandonò le proprie case per trasferirsi oltre confine. Chi invece rimase, assistette in breve tempo a un totale sconvolgimento del tessuto sociale, della vita politica e delle relazioni economiche e umane.

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Frediano Sessi, Foibe rosse, vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel '43, Marsilio, 2007

Norma Cossetto venne gettata ancora viva nella foiba di Villa Surani nella notte tra il 4 e il 5 ottobre del 1943. A quell'epoca, aveva ventitré anni. I suoi assassini, partigiani di Tito, non ebbero alcuna pietà della sua giovinezza e, prima di ucciderla, la violentano brutalmente. Questo libro non è solo la narrazione del dramma di una giovane ragazza e della sua famiglia, è anche un grande affresco storico sulla tragedia delle foibe, sugli orrori del nazismo e del fascismo in terra d'occupazione, e del comunismo jugoslavo, vista dalla parte delle vittime.

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Una storia balcanica: fascismo, comunismo e nazionalismo nella Jugoslavia del Novecento, a cura di Lorenzo Bertucelli e Mila Orlic, Ombre Corte, 2008

II volume, raccoglie contributi di storici e studiosi italiani e della ex-Jugoslavia, attraversa la tormentata storia della Jugoslavia dal primo conflitto mondiale alla sanguinosa dissoluzione negli anni Novanta, dove centrali restano le vicende che ruotano attorno alla Seconda guerra mondiale. La tesi di fondo su cui si regge il libro è che ben prima dell'esplodere del drammatico conflitto etnico che ha portato dalla divisione attuale, i particolarismi si manifestavano con una certa forza, tanto da pregiudicare resistenza di un unico popolo.

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Rolf Wörsdörfer, Il confine orientale: Italia e Jugoslavia dal 1915 al 1955, Bologna, Il mulino, 2009

Tra occupazioni e guerre, la storia di una regione lacerata dai nazionalismi contrapposti. La fascia di confine fra Italia e Jugoslavia è stata nel corso del Novecento una zona di forte tensione, cruciale non solo nei rapporti fra i due paesi, ma anche negli equilibri internazionali. Il libro presenta una documentata narrazione, basata su fonti sia italiane, sia croate, slovene e tedesche, della travagliata vicenda di questa regione adriatica, che nel giro di nemmeno mezzo secolo ha sperimentato una dozzina di forme statali differenti, dall'impero asburgico alla monarchia italiana, dal fascismo alla repubblica, dall'occupazione tedesca alla Jugoslavia socialista, oltre a esacerbazioni nazionaliste (i cui esiti drammatici sono il fenomeno delle foibe e l'esodo degli italiani dall'Istria). (Il Mulino)

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Le Foibe nella narrativa

febbraio 2018

La letteratura sulle foibe e sull’esodo istriano dalmata è fatta prevalentemente della testimonianza di chi ha vissuto quei momenti. L’impronta generale è pervasa dal sentimento di pietà per i tragici fatti dell’e Foibe e da una sorta di rivalsa per l’Italia che non ha saputo accogliere i profughi se non in 140 centri di raccolta sparpagliati in caserme dimesse, scuole diroccate e precari alloggiamenti della penisola. Gran parte di tale produzione rientra nella memorialistica e circola soprattutto tra gli esuli.

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Enzo Bettiza, Esilio, Milano, A. Mondadori, 1996

In questo libro Enzo Bettiza narra la sua autobiografia e l’amore per le sue radici. Racconta, infatti, non solo la sua giovinezza ma, attraverso questa, la storia della costa dalmata dagli inizi del novecento. Quest’affresco permette di capire meglio l’alternarsi delle popolazioni e le vicissitudini che hanno visto succedersi: illirici, romani, slavi, veneziani e croati, producendo quel miscuglio di razze, genti e culture che formavano parte dell’impero austro-ungarico e della Jugoslavia poi, per precipitare nelle recenti tragedie delle pulizie etniche. (albertocastrini@hotmail.com (08-02-2009)

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Mauro Covacich, Trieste sottosopra: quindici passeggiate nella città del vento, Roma, GLF editori Laterza, 2006

Dal racconto, “Basovizza. Un boschetto nel Carso”. “Basovizza è un piccolo paese dell’altopiano carsico noto a tutti per le foibe omonime. Sui campi scoscesi che danno a est una brughiera di sassi e cespugli che scende fino alle grandi fabbriche della zona industriale troneggia il monumento nazionale… Lì dentro, nel maggio del 1945, i soldati di Títo gettarono i corpi di circa duemila prigionieri tra militari e civili, inizialmente destinati ai campi d’internamento sloveni. Quando parliamo della gaiezza dei triestini, della loro esuberante gioia di vivere, dobbiamo sempre ricordare la Risiera e Basovizza, dobbiamo ricordare che è gente cresciuta in un posto zeppo di rabbia, dolore e morte…” (Mauro Covacich)

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Tullio Kezich, Il campeggio di Duttogliano e altri ricordi-racconti, Sellerio, 2001

Racconti, ritratti triestini d'epoca tutti legati al periodo tra il fascismo e l'immediato dopoguerra. Dominante tra essi è "Il campeggio di Duttogliano", forse l'unica versione letteraria di un'esperienza che gli italiani della generazione tra le due guerre hanno fatto tutti senza eccezioni: quella della Gioventù Italiana del Littorio. E' un piccolo episodio che compone un quadro d'epoca: la memoria storica di Trieste e il dissidio etnico tra slavi e italiani, l'eccitazione delle velleità autoritarie dentro l'ambiente di una comunità chiusa, il ritratto vivido, difficilmente dimenticabile, di un padre che difende con sommessa tenacia, la dignità etica della vita quotidiana.

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Marisa Madieri, Verde acqua e La radura, Torino, Einaudi, 1998

“Verde acqua” è un racconto-diario che si muove «nella vertigine degli anni trascorsi», un percorso in cui la memoria di ieri diviene avventura e confronto con l'oggi. Il ricordo doloroso del drammatico esodo da Fiume nell'immediato dopoguerra si traduce in episodi e personaggi picareschi e struggenti, che rendono acuta la coscienza della misteriosa natura di ogni affetto e la percezione dell'esistenza del male. In” La radura” Marisa Madieri utilizza la trasfigurazione della favola per raccontare il passaggio dall'infanzia all'adolescenza. I due titoli vengono per la prima volta qui affiancati da sei racconti brevi e una nuova postfazione di Claudio Magris.

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Claudio Magris, Alla cieca, Garzanti, 2005

Di chi è la voce che risuona in “Alla cieca?” È certo il racconto di un recluso e di un fuggitivo. È Jorgen Jorgensen, il re d'Islanda poi condannato ai lavori forzati nell'inferno di un'altra isola, agli antipodi, Giù alla Baia. È il compagno Cippico, passato dai Lager nazisti a Goli Otok, la terribile Isola Calva dove Tito confinava i dissidenti. È Tore e Jan Jansen, Nevèra e Strijèla e i mille nomi dei partigiani e dei clandestini. È un viaggio nel tempo che commuove e sgomenta, scava nelle pieghe più inquiete e dolorose dell'anima per trovare un senso, o almeno un’estrema via di fuga.

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Anna Maria Mori e Nelida Milani, Bora, Milano, Frassinelli, 1998

Anna Maria Mori, istriana di Pola, ha lasciato con la famiglia i luoghi della sua infanzia al termine della Seconda guerra mondiale, quando sono “passati” dall’Italia alla Jugoslavia. Un esodo che ha coinvolto altri trecentocinquantamila italiani che, come lei, si sono trovati all’improvviso cittadini di un altro stato, per giunta pregiudizialmente ostile nei loro confronti. Ha sentito il bisogno di ripercorrere la sua dolorosa vicenda e ha cercato e trovato un’interlocutrice in Nelida Milani, anche lei nata a Pola e che al tempo della fuga è invece rimasta, rinunciando alla lingua e a molti degli affetti.

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Boris Pahor, Necropoli, Roma, Fazi, 2008

Campo di concentramento di Natzweiler-Struhof sui Vosgi. L'uomo che vi arriva, non è un visitatore qualsiasi: è un ex deportato che a distanza di anni è voluto tornare nei luoghi dove era stato internato. Di fronte alle baracche e al filo spinato trasformati in museo, il flusso della memoria comincia a scorrere e i ricordi riaffiorano con il loro carico di dolore e di rabbia. Ritornano la sofferenza per la fame e il freddo, l'umiliazione per le percosse e gli insulti, la pena profondissima per quanti non ce l'hanno fatta e come fotogrammi di una pellicola, impressa nel corpo e nell'anima, si snodano le infinite vicende che parlano di un orrore che in nessun modo si riesce a spiegare.

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Boris Pahor, Qui è proibito parlare, Roma, Fazi, 2009

Principale porto dell'impero austroungarico, Trieste aveva visto coabitare per secoli culture diverse.
Integrata nel Regno d'Italia alla fine della Grande Guerra, fu qui che, per la prima volta e anticipando scenari futuri di quello che sarebbe stato il fascismo non solo sul suolo italiano ma anche in Europa, fu messa in atto una campagna di pulizia etnica: tutto quello che era sloveno, lingua, cultura, gli stessi edifici, doveva sparire. E in questo clima, così cupo e oppressivo, che Ema, giovane slovena originaria del Carso, si aggira piena di rabbia in una luminosa estate degli anni Trenta.

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Boris Pahor, Il rogo nel porto, Rovereto, Nicolodi, 2001

La comunità slovena a Trieste negli anni bui del fascismo; l’orrore delle deportazioni nei campi di sterminio tedeschi; l’appassionata difesa della propria identità, delle radici storiche e culturali. Questi i temi che percorrono prevalentemente questa raccolta di racconti. Ma c’è anche molto altro, c’è uno sguardo tenero sulle cose e sui luoghi e ci sono ricordi d’infanzia e sulla voglia di vivere che contrasta con le brutture, i lutti e le vicende drammatiche. Boris Pahor, triestino scrive ancor oggi in sloveno, a testimoniare una fedeltà alle origini della propria famiglia.

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Carlo Sgorlon, L'armata dei fiumi perduti, Milano, A. Mondadori, 1985

La casualità della storia fece affluire in Friuli, nell’estate del 1944, un’armata di cosacchi. A questo pittoresco esercito di uomini, donne, bambini, cammelli, cavalli, tende, a questa fiera e primitiva popolazione di antistalinisti, i tedeschi avevano promesso una patria provvisoria nella provincia friulana. Sostarono circa un anno ma l’illusione della patria ritrovata finì tragicamente: gli alleati li avviarono verso i campi di prigionia ma gli orgogliosi cosacchi preferirono in gran parte il suicidio, gettandosi con le loro donne e i figli nelle acque della Drava. L’autore ha magistralmente trasfigurato quella ennesima invasione del suo Friuli ricomponendola in un arazzo gremito di figure che, su un fondale di disperazione, recitano una eroica favola d’amore e di morte.

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Carlo Sgorlon, La foiba grande, A. Mondadori, 1992

“La foiba grande” di Carlo Sgorlon è un romanzo scritto nel 1991, quando il problema della Jugoslavia era molto sentito dalle sue parti e non solo. E’ la storia di uno scultore e dei suoi compaesani tra le due guerre mondiali. Ambientata a Umizza, un paesino dell'Istria, conduce i protagonisti attraverso tutti questi periodi: le due guerre, il comunismo, il genocidio e le foibe, la distruzione e l'esodo.

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Carlo Sgorlon, La malga di Sîr, Milano, Mondadori, 1997

Nel cuore del Friuli sconvolto dall'ultima guerra vive una donna, Marianna Novak, capace di opporsi con l'amore all'odio, di essere pietosa di fronte al dilagare della ferocia, di coltivare e offrire la felicità nonostante l'orrore e la paura. Figlia e amica, madre e amante, Marianna è al centro di una storia tumultuosa e avvincente, tra vendette politiche e risentimenti etnici. Un romanzo ispirato a fatti realmente accaduti che ancora oggi animano discussioni e polemiche. Un altro grande capitolo dell'epica saga che Carlo Sgorlon dedica alla gente e alla terra friulana. La sua gente. La sua terra. (sgorlon.it)

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Giuseppe Svalduz, Una croce sulla foiba, il grido delle vittime ritrova la strada della memoria, Marsilio, 1996

La foiba, chiamata "Bus de la lum" si trova in un bosco di faggi e abeti a poco più di sessanta chilometri da Treviso e Venezia ed è al centro di questo romanzo. Un prete, Don Giovanni, per rompere il silenzio e l'oblio sulle vittime, decide di celebrare una messa per i caduti. Sul luogo della "grande foiba" fa portare una croce, non solo a simbolo della pietà, non tanto per chiedere la riconciliazione dei vivi, davanti a quei "sommersi" senza nome inghiottiti dall'inferno, ma per riaffermare un'idea: senza memoria, senza ricerca e ricostruzione delle verità del passato non si dà futuro.

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Silvio Testa, La zaratina: la tragedia dell'esodo dalmata, Venezia, Marsilio, 2017

Dopo l’8 settembre 1943 su Zara italiana, in Dalmazia, fino ad allora quasi risparmiata dalla guerra, si scatena l’inferno. Decine di pesanti bombardamenti angloamericani radono praticamente al suolo la perla veneziana, occupata dai tedeschi, mentre la popolazione civile, prevalentemente di lingua e cultura italiana, fugge dove può: chi nella madrepatria, chi nelle campagne, vivendo di stenti ai margini di una città fantasma. Quando i partigiani di Tito entrano a Zara nell’autunno del 1944, contro la superstite popolazione italiana divampa la pulizia etnica con fucilazioni, uccisioni orrende, violenze, soprusi. Una famiglia italiana cerca di resistere come può, e ci riesce, aggrappata alla vita, ma alla fine è costretta a dividersi per sempre e ad abbandonare tutto: la terra natale, i beni, soprattutto le speranze giovanili infrante dalla guerra. Tutto è cambiato, compresi i sentimenti: il futuro non sarà come era stato sognato. Di là dal mare Zara è ormai diventata Zadar. (Marsilio)

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Fulvio Tomizza, La miglior vita, Rizzoli, 1977

Il romanzo tratta la difficile scelta del protagonista, il sagrestano, Martin Crusich, riguardo al proprio avvenire, di fronte al bivio imposto da due guerre mondiali e dalla ridefinizione dei nuovi confini, geografici e culturali; una storia italiana di frontiera; ma è anche un romanzo sulla vita di un paese dell'Istria, Radovani, di una piccola comunità la cui cronaca, fatta di lavoro e umiltà, viene scandita solo dalle registrazioni parrocchiali.

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Fulvio Tomizza, La ragazza di Petrovia, Bompiani, 1992

La storia appassionata della ragazza di Petrovia riassume in sé tutti i risvolti tragici e umani di un popolo che, alla fine della Seconda guerra mondiale, è stato costretto dagli eventi politici a lasciare casa, terra, familiari per stabilirsi in Italia, nei "campi di raccolta" vicino a Trieste e cominciare una nuova vita in mezzo a squallore e nuove discriminazioni. Al mondo dei profughi tende ad aggiungersi Giustina, la ragazza protagonista del romanzo, che si scopre prossima madre in un momento molto difficile per la propria comunità; ed è appunto un amore senza speranza che la conduce oltre il confine a mescolare il suo destino a quello degli altri compagni, anch'essi sbandati e senza identità. (Ibslibri)

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Fulvio Tomizza, Gli sposi di via Rossetti, Milano, A. Mondadori, 1986

10 marzo 1944. Un triplice omicidio suggella il dramma politico di Trieste, chiusa nella morsa dell’occupazione tedesca e spezzata dalla diffidenza e dall’odio che oppongono la maggioranza italiana alla minoranza slovena nonché fra gli sloveni del fronte di Tito e “bianchi” della Belagarda e gli uni e gli altri agli italiani fedeli al governo monarchico in esilio. Dopo quasi mezzo secolo uno scrittore (l’autore stesso) s’interroga su quella lontana e misteriosa vicenda . Lo fa partendo da un folto numero di lettere d’amore scritte da una delle vittime alla moglie anch’essa uccisa nella strage.

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Stefano Zecchi, Quando ci batteva forte il cuore, Milano, Mondadori, 2010

Pola 1945. La Storia è crudele con gli italiani dell'Istria, della Dalmazia e di Fiume: se nel mondo si festeggia la pace, qui le loro sofferenze non hanno tregua. Nives, maestra di scuola, si batte con grande coraggio nella difesa dei confini della patria. Sergio, suo figlio, ha sei anni, è cresciuto con lei, ha visto il padre per la prima volta soltanto al suo ritorno dalla guerra. Per lui prova soggezione, quasi diffidenza. Intanto la politica internazionale, con l'annessione dell'Italia orientale alla Jugoslavia, travolge l'esistenza degli istriani. Nel turbine di questa tragedia che sconvolge amori e amicizie, Flavio e Sergio, padre e figlio, impareranno a conoscersi, suggellando un'affettuosa dolcissima alleanza che li aiuterà, dopo imprevedibili avventure e grandi sofferenze, a costruire una nuova vita insieme. Nelle pagine di questo romanzo, la rigorosa ricostruzione di un periodo terribile e ancora poco conosciuto del Novecento si accompagna a una storia intima, delicata, toccante.

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