Le Foibe nella narrativa

febbraio 2020

La letteratura sulle foibe e sull’esodo istriano dalmata è fatta prevalentemente della testimonianza di chi ha vissuto quei momenti. L’impronta generale è pervasa dal sentimento di pietà per i tragici fatti dell’e Foibe e da una sorta di rivalsa per l’Italia che non ha saputo accogliere i profughi se non in 140 centri di raccolta sparpagliati in caserme dimesse, scuole diroccate e precari alloggiamenti della penisola. Gran parte di tale produzione rientra nella memorialistica e circola soprattutto tra gli esuli.

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Enzo Bettiza, Esilio, Milano, A. Mondadori, 1996

In questo libro Enzo Bettiza narra la sua autobiografia e l’amore per le sue radici. Racconta, infatti, non solo la sua giovinezza ma, attraverso questa, la storia della costa dalmata dagli inizi del novecento. Quest’affresco permette di capire meglio l’alternarsi delle popolazioni e le vicissitudini che hanno visto succedersi: illirici, romani, slavi, veneziani e croati, producendo quel miscuglio di razze, genti e culture che formavano parte dell’impero austro-ungarico e della Jugoslavia poi, per precipitare nelle recenti tragedie delle pulizie etniche. (albertocastrini@hotmail.com (08-02-2009)

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Mauro Covacich, Trieste sottosopra: quindici passeggiate nella città del vento, Roma, GLF editori Laterza, 2006

Dal racconto, “Basovizza. Un boschetto nel Carso”. “Basovizza è un piccolo paese dell’altopiano carsico noto a tutti per le foibe omonime. Sui campi scoscesi che danno a est una brughiera di sassi e cespugli che scende fino alle grandi fabbriche della zona industriale troneggia il monumento nazionale… Lì dentro, nel maggio del 1945, i soldati di Títo gettarono i corpi di circa duemila prigionieri tra militari e civili, inizialmente destinati ai campi d’internamento sloveni. Quando parliamo della gaiezza dei triestini, della loro esuberante gioia di vivere, dobbiamo sempre ricordare la Risiera e Basovizza, dobbiamo ricordare che è gente cresciuta in un posto zeppo di rabbia, dolore e morte…” (Mauro Covacich)

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Tullio Kezich, Il campeggio di Duttogliano e altri ricordi-racconti, Sellerio, 2001

Racconti, ritratti triestini d'epoca tutti legati al periodo tra il fascismo e l'immediato dopoguerra. Dominante tra essi è "Il campeggio di Duttogliano", forse l'unica versione letteraria di un'esperienza che gli italiani della generazione tra le due guerre hanno fatto tutti senza eccezioni: quella della Gioventù Italiana del Littorio. E' un piccolo episodio che compone un quadro d'epoca: la memoria storica di Trieste e il dissidio etnico tra slavi e italiani, l'eccitazione delle velleità autoritarie dentro l'ambiente di una comunità chiusa, il ritratto vivido, difficilmente dimenticabile, di un padre che difende con sommessa tenacia, la dignità etica della vita quotidiana.

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Marisa Madieri, Verde acqua e La radura, Torino, Einaudi, 1998

“Verde acqua” è un racconto-diario che si muove «nella vertigine degli anni trascorsi», un percorso in cui la memoria di ieri diviene avventura e confronto con l'oggi. Il ricordo doloroso del drammatico esodo da Fiume nell'immediato dopoguerra si traduce in episodi e personaggi picareschi e struggenti, che rendono acuta la coscienza della misteriosa natura di ogni affetto e la percezione dell'esistenza del male. In” La radura” Marisa Madieri utilizza la trasfigurazione della favola per raccontare il passaggio dall'infanzia all'adolescenza. I due titoli vengono per la prima volta qui affiancati da sei racconti brevi e una nuova postfazione di Claudio Magris.

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Claudio Magris, Alla cieca, Garzanti, 2005

Di chi è la voce che risuona in “Alla cieca?” È certo il racconto di un recluso e di un fuggitivo. È Jorgen Jorgensen, il re d'Islanda poi condannato ai lavori forzati nell'inferno di un'altra isola, agli antipodi, Giù alla Baia. È il compagno Cippico, passato dai Lager nazisti a Goli Otok, la terribile Isola Calva dove Tito confinava i dissidenti. È Tore e Jan Jansen, Nevèra e Strijèla e i mille nomi dei partigiani e dei clandestini. È un viaggio nel tempo che commuove e sgomenta, scava nelle pieghe più inquiete e dolorose dell'anima per trovare un senso, o almeno un’estrema via di fuga.

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Anna Maria Mori e Nelida Milani, Bora, Milano, Frassinelli, 1998

Anna Maria Mori, istriana di Pola, ha lasciato con la famiglia i luoghi della sua infanzia al termine della Seconda guerra mondiale, quando sono “passati” dall’Italia alla Jugoslavia. Un esodo che ha coinvolto altri trecentocinquantamila italiani che, come lei, si sono trovati all’improvviso cittadini di un altro stato, per giunta pregiudizialmente ostile nei loro confronti. Ha sentito il bisogno di ripercorrere la sua dolorosa vicenda e ha cercato e trovato un’interlocutrice in Nelida Milani, anche lei nata a Pola e che al tempo della fuga è invece rimasta, rinunciando alla lingua e a molti degli affetti.

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Boris Pahor, Necropoli, Roma, Fazi, 2008

Campo di concentramento di Natzweiler-Struhof sui Vosgi. L'uomo che vi arriva, non è un visitatore qualsiasi: è un ex deportato che a distanza di anni è voluto tornare nei luoghi dove era stato internato. Di fronte alle baracche e al filo spinato trasformati in museo, il flusso della memoria comincia a scorrere e i ricordi riaffiorano con il loro carico di dolore e di rabbia. Ritornano la sofferenza per la fame e il freddo, l'umiliazione per le percosse e gli insulti, la pena profondissima per quanti non ce l'hanno fatta e come fotogrammi di una pellicola, impressa nel corpo e nell'anima, si snodano le infinite vicende che parlano di un orrore che in nessun modo si riesce a spiegare.

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Boris Pahor, Qui è proibito parlare, Roma, Fazi, 2009

Principale porto dell'impero austroungarico, Trieste aveva visto coabitare per secoli culture diverse.
Integrata nel Regno d'Italia alla fine della Grande Guerra, fu qui che, per la prima volta e anticipando scenari futuri di quello che sarebbe stato il fascismo non solo sul suolo italiano ma anche in Europa, fu messa in atto una campagna di pulizia etnica: tutto quello che era sloveno, lingua, cultura, gli stessi edifici, doveva sparire. E in questo clima, così cupo e oppressivo, che Ema, giovane slovena originaria del Carso, si aggira piena di rabbia in una luminosa estate degli anni Trenta.

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Boris Pahor, Il rogo nel porto, Rovereto, Nicolodi, 2001

La comunità slovena a Trieste negli anni bui del fascismo; l’orrore delle deportazioni nei campi di sterminio tedeschi; l’appassionata difesa della propria identità, delle radici storiche e culturali. Questi i temi che percorrono prevalentemente questa raccolta di racconti. Ma c’è anche molto altro, c’è uno sguardo tenero sulle cose e sui luoghi e ci sono ricordi d’infanzia e sulla voglia di vivere che contrasta con le brutture, i lutti e le vicende drammatiche. Boris Pahor, triestino scrive ancor oggi in sloveno, a testimoniare una fedeltà alle origini della propria famiglia.

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Carlo Sgorlon, L'armata dei fiumi perduti, Milano, A. Mondadori, 1985

La casualità della storia fece affluire in Friuli, nell’estate del 1944, un’armata di cosacchi. A questo pittoresco esercito di uomini, donne, bambini, cammelli, cavalli, tende, a questa fiera e primitiva popolazione di antistalinisti, i tedeschi avevano promesso una patria provvisoria nella provincia friulana. Sostarono circa un anno ma l’illusione della patria ritrovata finì tragicamente: gli alleati li avviarono verso i campi di prigionia ma gli orgogliosi cosacchi preferirono in gran parte il suicidio, gettandosi con le loro donne e i figli nelle acque della Drava. L’autore ha magistralmente trasfigurato quella ennesima invasione del suo Friuli ricomponendola in un arazzo gremito di figure che, su un fondale di disperazione, recitano una eroica favola d’amore e di morte.

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Carlo Sgorlon, La foiba grande, A. Mondadori, 1992

“La foiba grande” di Carlo Sgorlon è un romanzo scritto nel 1991, quando il problema della Jugoslavia era molto sentito dalle sue parti e non solo. E’ la storia di uno scultore e dei suoi compaesani tra le due guerre mondiali. Ambientata a Umizza, un paesino dell'Istria, conduce i protagonisti attraverso tutti questi periodi: le due guerre, il comunismo, il genocidio e le foibe, la distruzione e l'esodo.

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Carlo Sgorlon, La malga di Sîr, Milano, Mondadori, 1997

Nel cuore del Friuli sconvolto dall'ultima guerra vive una donna, Marianna Novak, capace di opporsi con l'amore all'odio, di essere pietosa di fronte al dilagare della ferocia, di coltivare e offrire la felicità nonostante l'orrore e la paura. Figlia e amica, madre e amante, Marianna è al centro di una storia tumultuosa e avvincente, tra vendette politiche e risentimenti etnici. Un romanzo ispirato a fatti realmente accaduti che ancora oggi animano discussioni e polemiche. Un altro grande capitolo dell'epica saga che Carlo Sgorlon dedica alla gente e alla terra friulana. La sua gente. La sua terra. (sgorlon.it)

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Giuseppe Svalduz, Una croce sulla foiba, il grido delle vittime ritrova la strada della memoria, Marsilio, 1996

La foiba, chiamata "Bus de la lum" si trova in un bosco di faggi e abeti a poco più di sessanta chilometri da Treviso e Venezia ed è al centro di questo romanzo. Un prete, Don Giovanni, per rompere il silenzio e l'oblio sulle vittime, decide di celebrare una messa per i caduti. Sul luogo della "grande foiba" fa portare una croce, non solo a simbolo della pietà, non tanto per chiedere la riconciliazione dei vivi, davanti a quei "sommersi" senza nome inghiottiti dall'inferno, ma per riaffermare un'idea: senza memoria, senza ricerca e ricostruzione delle verità del passato non si dà futuro.

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Silvio Testa, La zaratina: la tragedia dell'esodo dalmata, Venezia, Marsilio, 2017

Dopo l’8 settembre 1943 su Zara italiana, in Dalmazia, fino ad allora quasi risparmiata dalla guerra, si scatena l’inferno. Decine di pesanti bombardamenti angloamericani radono praticamente al suolo la perla veneziana, occupata dai tedeschi, mentre la popolazione civile, prevalentemente di lingua e cultura italiana, fugge dove può: chi nella madrepatria, chi nelle campagne, vivendo di stenti ai margini di una città fantasma. Quando i partigiani di Tito entrano a Zara nell’autunno del 1944, contro la superstite popolazione italiana divampa la pulizia etnica con fucilazioni, uccisioni orrende, violenze, soprusi. Una famiglia italiana cerca di resistere come può, e ci riesce, aggrappata alla vita, ma alla fine è costretta a dividersi per sempre e ad abbandonare tutto: la terra natale, i beni, soprattutto le speranze giovanili infrante dalla guerra. Tutto è cambiato, compresi i sentimenti: il futuro non sarà come era stato sognato. Di là dal mare Zara è ormai diventata Zadar. (Marsilio)

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Fulvio Tomizza, La miglior vita, Rizzoli, 1977

Il romanzo tratta la difficile scelta del protagonista, il sagrestano, Martin Crusich, riguardo al proprio avvenire, di fronte al bivio imposto da due guerre mondiali e dalla ridefinizione dei nuovi confini, geografici e culturali; una storia italiana di frontiera; ma è anche un romanzo sulla vita di un paese dell'Istria, Radovani, di una piccola comunità la cui cronaca, fatta di lavoro e umiltà, viene scandita solo dalle registrazioni parrocchiali.

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Fulvio Tomizza, La ragazza di Petrovia, Bompiani, 1992

La storia appassionata della ragazza di Petrovia riassume in sé tutti i risvolti tragici e umani di un popolo che, alla fine della Seconda guerra mondiale, è stato costretto dagli eventi politici a lasciare casa, terra, familiari per stabilirsi in Italia, nei "campi di raccolta" vicino a Trieste e cominciare una nuova vita in mezzo a squallore e nuove discriminazioni. Al mondo dei profughi tende ad aggiungersi Giustina, la ragazza protagonista del romanzo, che si scopre prossima madre in un momento molto difficile per la propria comunità; ed è appunto un amore senza speranza che la conduce oltre il confine a mescolare il suo destino a quello degli altri compagni, anch'essi sbandati e senza identità. (Ibslibri)

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Fulvio Tomizza, Gli sposi di via Rossetti, Milano, A. Mondadori, 1986

10 marzo 1944. Un triplice omicidio suggella il dramma politico di Trieste, chiusa nella morsa dell’occupazione tedesca e spezzata dalla diffidenza e dall’odio che oppongono la maggioranza italiana alla minoranza slovena nonché fra gli sloveni del fronte di Tito e “bianchi” della Belagarda e gli uni e gli altri agli italiani fedeli al governo monarchico in esilio. Dopo quasi mezzo secolo uno scrittore (l’autore stesso) s’interroga su quella lontana e misteriosa vicenda . Lo fa partendo da un folto numero di lettere d’amore scritte da una delle vittime alla moglie anch’essa uccisa nella strage.

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Stefano Zecchi, Quando ci batteva forte il cuore, Milano, Mondadori, 2010

Pola 1945. La Storia è crudele con gli italiani dell'Istria, della Dalmazia e di Fiume: se nel mondo si festeggia la pace, qui le loro sofferenze non hanno tregua. Nives, maestra di scuola, si batte con grande coraggio nella difesa dei confini della patria. Sergio, suo figlio, ha sei anni, è cresciuto con lei, ha visto il padre per la prima volta soltanto al suo ritorno dalla guerra. Per lui prova soggezione, quasi diffidenza. Intanto la politica internazionale, con l'annessione dell'Italia orientale alla Jugoslavia, travolge l'esistenza degli istriani. Nel turbine di questa tragedia che sconvolge amori e amicizie, Flavio e Sergio, padre e figlio, impareranno a conoscersi, suggellando un'affettuosa dolcissima alleanza che li aiuterà, dopo imprevedibili avventure e grandi sofferenze, a costruire una nuova vita insieme. Nelle pagine di questo romanzo, la rigorosa ricostruzione di un periodo terribile e ancora poco conosciuto del Novecento si accompagna a una storia intima, delicata, toccante.

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