Maggio dei libri 2017

aprile 2017

Dal 23 aprile al 31 maggio torna il Maggio dei libri, la campagna di promozione della lettura pensata dal Cepell (Centro per il libro e la lettura) del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo. Anche quest’anno la biblioteca comunale di Imola aderisce all’iniziativa con un percorso di lettura che risponde a uno dei filoni tematici suggeriti, il Paesaggio e la sua narrazione nella letteratura, qui dilatato nei ritratti di luoghi fisici e mentali, reali e di fantasia.

Tra classici e novità, romanzi esistenziali e di denuncia, appunti e resoconti di viaggi o reportage dal taglio giornalistico, il presente lavoro recupera il tema in generi diversi articolandosi in sezioni che raccontano l’Italia per regioni, e il mondo attraverso esplorazioni, scalate e traversate, ma anche rappresentazioni fantastiche o, all’opposto, ritratti che si dispiegano nell’arte pittorica e fotografica di celebri maestri noti al grande pubblico. Natura incontaminata e siti antropizzati emergono dalle storie narrate con forza e rilevanza in un rimando assai frequente dall’ambiente esterno alla vita interiore di chi osserva, vive, attraversa quei paesaggi, secondo una visione, intellettuale, che carica di significati simbolici gli elementi che incontra. Strade, montagne, corsi d’acqua, quartieri di città o rovine antiche, spazi sconfinati o angoli minuscoli di mondo costruiscono una dimensione speciale dal forte potere evocativo e donano ai racconti il contesto ideale o il perno attorno cui snodarsi, in uno slittamento che sposta di frequente il paesaggio dallo sfondo al primo piano nella narrazione.

Si ricorda che tutto il materiale segnalato è presente in biblioteca e disponibile per il prestito.

 


Esplorazioni d'autore

Sono qui raccolte opere di grandi scrittori che ci portano in giro per il mondo attraverso i resoconti di alcuni loro viaggi. Descrizioni di popoli, usanze e paesaggi, dati storici ed etnoantropologici si mescolano a impressioni ed emozioni legate all’esperienza, dando vita ad un ritratto veritiero e al contempo un po’ magico dei posti visitati. Così è per Tiziano Terzani (di cui si ripropone In Asia), John Krakauer (Nelle terre estreme, Aria sottile), Pier Paolo Pasolini (L’odore dell’India), Antonio Tabucchi (Viaggi e altri viaggi), Claudio Magris (Danubio), Andrè Malroux (La regina di Saba), Luis Sepulveda (Patagonia express, La scomparsa della frontiera ) o Christopher Ransmayer (Atlante di un uomo irrequieto) e Francisco Coloane (Terra del fuoco) che si misurano con luoghi esotici ed estremi, talvolta di confine, talmente di confine da esser collocati nell’immaginario collettivo “alla fine del mondo”.

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Bruce Chatwin, Che ci faccio qui?, Adelphi, 2010

Una raccolta, iniziata dallo stesso Chatwin a pochi mesi dalla morte, di alcuni brani dispersi della sua opera, che valgono come altrettante tappe di una sola avventura, di tutta una vita intesa come "un viaggio da fare a piedi". Al seguito di Indira Gandhi o in visita da Ernst Jünger, alla ricerca dello yeti o nei quartieri poveri di Marsiglia, a cena con Diana Vreeland o con Werner Herzog nel Ghana o con un geomante cinese a Hong Kong: Chatwin è sempre in viaggio e osserva ogni esperienza con lo sguardo penetrante di chi, a partire da qualsiasi cosa, vuole andare più lontano possibile.

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Bruce Chatwin, In Patagonia, Adelphi, 2010

Dopo l'ultima guerra alcuni ragazzi inglesi, fra cui l'autore di questo libro, chini sulle carte geografiche, cercavano il luogo giusto per sfuggire alla prossima distruzione nucleare. Scelsero la Patagonia. E proprio in Patagonia si sarebbe spinto Bruce Chatwin, non già per salvarsi da una catastrofe, ma sulle tracce di un mostro preistorico e di un parente navigatore.

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Francisco Coloane, Terra del fuoco, TEA, 2003

Avventurieri disperati, cercatori d'oro, rivoluzionari in fuga, marinai sfortunati e capitani coraggiosi: sono questi i personaggi che popolano i nove racconti riuniti in questa raccolta. Figure indimenticabili che gravitano tutte attorno al protagonista indiscusso delle storie: la natura. Quella natura d'inquietante e desolata bellezza che domina il paesaggio aspro e selvaggio della Terra del Fuoco e che assurge a simbolo ideale e totale della elementare e incessante drammaticità delle passioni umane.

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Jon Krakauer, Aria sottile, Corbaccio, 1998

Il 10 maggio 1996 una tempesta colse di sorpresa quattro spedizioni alpinistiche che si trovavano sulla cima dell'Everest. Morirono 9 alpinisti, incluse due delle migliori guide. Con questo libro, l'autore, che è uno dei fortunati che riuscirono a ridiscendere "la Montagna", scrive non solo la cronaca di quella tragedia ma intende anche fornire importanti informazioni sulla storia e sulla tecnica delle ascensioni all'Everest. Offre inoltre un esame provocatorio delle motivazioni che stanno dietro alle ascensioni ad alta quota, nonché una drammatica testimonianza del perché quella tragedia si poteva evitare.

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Jon Krakauer, Nelle terre estreme, Rizzoli, 1997

Nell'aprile 1992 Chris McCandless, un giovane di buona famiglia, si incamminò da solo nell'immensità dell'Alaska, a nord del Mnte McKinley. Aveva abbandonato tutti i suoi averi e donato in beneficenza i suoi risparmi. Ai genitori spiegò per lettera la sua decisione di lasciare la civiltà e di abbracciare la natura. Quattro mesi dopo, il suo cadavere fu rinvenuto da un cacciatore di alci: accanto al corpo, un diario compilato da Chris nel corso dell'agonia e fino a poche ore prima di morire. Partendo dalle pagine del diario l'autore ha iniziato un'indagine di tre anni sulle ragioni di Chris e sui suoi ideali.

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Claudio Magris, Danubio, Garzanti, 1990

Paesaggi, umori, incontri, riflessioni, racconti di un viaggio sterniano che ripercorre con pietas e humor il vecchio fiume, dalle sorgenti al Mar Nero, ripercorrendo insieme la propria vita e le stagioni della cultura contemporanea, le sue fedi e le sue inquietudini. Un itinerario fra romanzo e saggio che racconta la cultura come esperienza esistenziale e ricostruisce a mosaico le civiltà dell’Europa centrale, rintracciandone il profilo nei segni della grade Storia e nelle effimere tracce della vita quotidiana.

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André Malraux, La regina di Saba, EDT, 1997

Nel 1934 il giovane André Malraux, accompagnato dal pilota e amico Eduard Corniglion-Molinier, intraprende come inviato del giornale "L'Intransigeant" un viaggio in aereo sul deserto yemenita, alla ricerca della leggendaria capitale della regina di Saba. Il giovane vincitore del premio Goncourt è determinato a scoprire ciò che da duemila anni nessun europeo ha potuto contemplare: una città che appartiene alla storia, alla tradizione biblica, al mito.

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Cees Noteboom, Cerchi infiniti: viaggi in Giappone, Iperborea, 2017

Certi viaggi hanno l'obiettivo segreto di «estraniarti dalle tue origini», «scardinarti l'esistenza»: «soltanto allora sei stato veramente via, così altrove da essere forse diventato un altro», scrive Cees Nooteboom, infaticabile esploratore di culture, riguardo al paese che conserva per lui un fascino unico: il Giappone. "Cerchi infiniti" raccoglie i suoi testi più illuminanti su quarant'anni di viaggi attraverso i paesaggi, le architetture, la poesia e la storia del Sol Levante. Dalle metropoli avveniristiche di Tokyo e Osaka alle antiche città imperiali di Kyoto e Nara, dalle incisioni di Hokusai e Hiroshige al teatro kabuki, il rapimento mistico e intellettuale dei giardini zen, quella coesistenza intrecciata di buddhismo e shintoismo nei templi e nei riti millenari che scandiscono ancora il calendario nelle campagne. Viaggi accompagnati dalle pagine di Kawabata, Mishima, Tanizaki, ma soprattutto dalle "Note del guanciale" di Sei Shonagon e dalla "Storia di Genji" di Murasaki Shikibu, il primo romanzo della storia, che ritrae il raffinamento estremo a cui giunse l'isolata corte di Heian nell'XI secolo. Con la sua capacità di cogliere le sfumature più sottili, accendere connessioni, stimolarci a vedere con altri occhi e a rapportare il particolare all'universale, Nooteboom ci immerge nell'esperienza della scoperta, della bellezza e della sfida che il Giappone continua a rappresentare per l'Occidente: possiamo arrivare a conoscere veramente una cultura così lontana da noi? Ma è proprio nel confronto con l'altro che il viaggio diventa una ricerca sul fondo comune della condizione umana, un pellegrinaggio interiore per interrogarsi su se stessi.

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Pier Paolo Pasolini, L’odore dell’India, Longanesi, 1979

Nel 1961, in compagnia di Alberto Moravia ed Elsa Morante, Pasolini si reca per la prima volta in India. Le emozioni e le sensazioni provate sono così intense da spingerlo a scrivere queste pagine, un diario di viaggio divenuto un libro di culto. Pasolini si aggira attento nella realtà caotica del subcontinente indiano, osservando i gesti e le movenze della gente, seguendo i colori dei paesaggi e soprattutto l’odore della vita. L’incanto di una terra ammaliante e l’orrore dell’esistenza che vi si conduce ci vengono restituiti dalla sua curiosità sensibile alle condizioni sociali, ma soprattutto con l’originalità della sua visioni.

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Luis Sepulveda, La frontiera scomparsa, L'angolo Manzoni, 1997

Condannato all'esilio, Luis Sepúlveda abbandona giovanissimo il Cile per intraprendere un lungo viaggio attraverso gli immensi spazi dell'America Latina, a bordo di ogni tipo di veicolo o mezzo di trasporto. Dal Rio de la Plata agli altipiani della Bolivia, dalle ventose pianure del Chaco al caldo soffocante della foresta equatoriale, per varcare, infine, l'Atlantico e approdare alle colline dell'Andalusia. Un viaggio fitto di avventure e incontri, il racconto di una formazione con lo zaino in spalla.

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Luis Sepulveda, Patagonia express: appunti dal sud del mondo, Feltrinelli traveller, 1995

“La nave si muove, punta la prua verso la Baia di Corcovado. Tra poco sarà notte e sono contento di avere abbastanza sigarette, la borraccia piena di vigoroso vino pipeno, e lo stato d’animo giusto per fare tesoro sul taccuino di tutto quello che vedo. Poi navigheremo nella notte australe verso la fine del mondo…” Il diario di viaggio di Sepulveda in Patagonia e nella Terra del Fuoco: riflessioni, racconti, leggende e incontri che s’intrecciano nel maestoso scenario del Sud del mondo, dove l’avventura non solo è ancora possibile, ma è la più elementare forma di vita. Il vecchio Eznaola, che naviga senza sosta per i canali cercando un vascello fantasma; i gauchos che ogni anno organizzano il “campionato di bugie” della Patagonia; l’aviatore Palacios e lo scienziato Kucimavic; Bruce Chatwin, Butch Cassidy e Sundance Kid… una serie di personaggi eccezionali sullo sfondo di n eccezionale paesaggio.

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Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi, Feltrinelli, 2010

Dice Antonio Tabucchi: "Sono un viaggiatore che non ha mai fatto viaggi per scriverne, cosa che mi è sempre parsa stolta. Sarebbe come se uno volesse innamorarsi per poter scrivere un libro sull'amore". Eppure, in "Viaggi e altri viaggi" ci sono i luoghi del mondo, un mondo sufficientemente grande per non essere quel "villaggio globale" che vorrebbero i sociologi e i mass media. Vi entrano "alla rinfusa" la Lisbona di Pessoa, il Brasile distante dalle mete obbligate di Congonhas do Campo, la Madrid dell'Escorial, il Jardin des Plantes a Parigi, l'Australia di Hanging Rock, la Séte di Paul Valéry, e poi Creta, la Cappadocia, Il Cairo, Bombay, Goa, Kyoto, Washington. Tabucchi ci accompagna con sovrana gentilezza a conoscere e a riconoscere i luoghi di una mappa singolare, certo, ma condivisibile attraverso la lingua familiare del racconto. Una mappa che si apre volentieri ad "altre" forme di viaggio la rassegna delle città fantastiche degli scrittori, le letture di Stevenson, la misteriosa frase di uno zio davanti agli affreschi del Beato Angelico, le montagne di Eça de Queirós, l'Egitto di Ungaretti, l'evocazione dell'Amazzonia attraverso un grande libro come Il ventre dell'universo. Nell'uno e nell'altro caso - nei viaggi effettivi e in quelli evocati dalla letteratura - Tabucchi ci invita a vedere e a restare, a muoverci e a ritornare. Ogni volta l'appuntamento è una sorpresa, perché il mondo è sempre un altrove, una scoperta di noi stessi attraverso gli altri.

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Tiziano Terzani, In Asia, TEA, 2004

Tiziano Terzani e l'Asia, una storia lunga una vita. Ma è Terzani a raccontarci l'Asia o è l'Asia a raccontarci Terzani? Difficile dirlo, tanto forte è il legame che quest'uomo ha deciso di stringere, fin dal 1965, con il più misterioso e contraddittorio dei continenti. Leggendo questo libro ci si trova a rivivere gli eventi che hanno segnato la storia asiatica degli ultimi trent'anni, a ripensare ai grandi ideali che l'hanno formata e ai protagonisti delle sue svolte, a dare uno sguardo al suo futuro. E al tempo stesso Terzani ci invita a prestare ascolto all'altra voce, quella dell'Oriente vero, vissuto nella sua quotidianità, in mezzo alle donne e agli uomini, alle difficoltà, ai contrasti, ai riti, alle curiosità...

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Il paesaggio nei romanzi

La presente sezione raccoglie romanzi che, pur nei generi diversi del variegato scenario letterario contemporaneo, elevano a testimoni delle vicende narrate i luoghi descritti, facendo di città, quartieri e paesaggi naturali l’emblema di un momento, di una stagione della vita e il panorama cui s’accorda, molto spesso, l’umore dei protagonisti. Si vedano La mia Londra di Simonetta Agnello Hornby, NW di Zadie Smith, Nelle isole estreme di Amy Liptrop, Notizie da un grande paese di Bill Bryson, Resta la polvere di Sandrine Collette. Raccontano inoltre la crisi dei tempi moderni per iperboli e rimandi (anche culturali) e alludono al declino economico e morale, e ai danni ecologici di un pianeta malato, con la messa in scena di tracolli di città o catastrofi naturali. È questo il filone apocalittico qui riproposto attraverso opere come Sulla sponda di Rafael Chirbes, Mahahual di Pino Cacucci, Era una città di Thomas B. Reverdy, Eroi della frontiera di Dave Egger, Qualcosa là fuori di Bruno Arpaia, che rispolverano antichi miti e svelano nuove paure, muovendosi tra la constatazione delle trasformazioni in atto e la ricerca di un isola felice.

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Simonetta Agnelo Hornby, La mia Londra, Giunti, 2014

Simonetta Agnello arriva sola a Londra nel settembre 1963 - a tre ore da Palermo, è in un altro mondo. La città le appare subito come un luogo di riti e di magie: la coda nella fila degli aliens al controllo passaporti; l'autostrada sopraelevata diventa un tappeto volante. La paura di non capire e di non essere accettata forza impietosa il passaggio dall'adolescenza alla maturità. Diventa Mrs. Hornby. Ha due figli. Tutta una vita come inglese e come siciliana. Ora Simonetta Agnello Hornby può riannodare i fili della memoria e accompagnare il lettore nei piccoli musei poco noti, a passeggio nei parchi, nella amatissima casa di Dulwich, nel fascinoso appartamento di Westminster, nella City e a Brixton, dove lei ha esercitato la professione di avvocato; al contempo, cattura l'anima della sua Londra, profondamente tollerante e democratica, che offre a gente di tutte le etnie la possibilità di lavorare. Racconto di racconti e personalissima guida alla città, questo libro è un inno a una Londra che continua a crescere e cambiare: ogni marea del Tamigi porta qualcosa o qualcuno di nuovo per farci pensare e ripensare. Gioca in tal senso un ruolo formidabile la scoperta di Samuel Johnson, un intellettuale che vi arrivò a piedi, ventisettenne, alla ricerca di lavoro; compilò il primo dizionario inglese ed è considerato il padre dell'illuminismo inglese.

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Michal Ajvaz, L’altra Praga, Atmosphere libri, 2015

In una Praga invernale coperta di neve, un uomo ancora giovane si trova all'interno della libreria antiquaria di via Karlova, uno dei tanti luoghi citati nel libro che oggi non esistono più. Si imbatte in uno strano volume dalla copertina viola scritto in misteriosi caratteri che non sembrano appartenere a nessuna lingua conosciuta. Nonostante il libro abbia un aspetto inquietante e dalle strane lettere spiri un che di minaccioso, il protagonista non resiste alla curiosità e lo compra. Un ricercatore gli rivela che il volume poteva metterlo in contatto con altri mondi, con realtà parallele non percepite nella vita normale. Il protagonista ha sete di svelare il mistero; comincia a cercare tracce e indizi che lo porteranno in un viaggio avventuroso e affascinante in una Praga parallela complementare a quella reale, tra statue del Ponte Carlo che ospitano piccoli alci a uno strano tram verde che conduce nella città parallela fino alla sanguinaria festa dei pesci sulla piazza della Città Vecchia. Conosce una ragazza, Klára, che lo aiuterà a penetrare i segreti dell'altra città. Il romanzo si dipana in mille rivoli e suscita nel lettore le emozioni e le suggestioni più varie, riportandolo alle atmosfere di Borges e Kafka, di Kubin e Meyrink.

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Bruno Arpaia, Qualcosa là fuori, Guanda, 2016

Pianure screpolate, argini di fango secco, fiumi aridi, polvere giallastra, case e capannoni abbandonati: in un'Europa prossima ventura, devastata dai mutamenti climatici, decine di migliaia di "migranti ambientali" sono in marcia per raggiungere la Scandinavia, diventata, insieme alle altre nazioni attorno al circolo polare artico, il territorio dal clima più mite e favorevole agli insediamenti umani. Livio Delmastro, anziano professore di neuroscienze, è uno di loro. Ha insegnato a Stanford, ha avuto una magnifica compagna, è diventato padre, ma alla fine è stato costretto a tornare in un'Italia quasi desertificata, sferzata da profondi sconvolgimenti sociali e politici, dalla corruzione, dagli scontri etnici, dalla violenza per le strade. Lì, persi la moglie e il figlio, per sedici anni si è ritrovato solo in un mondo che si sta sfaldando, senza più voglia di vivere, ma anche senza il coraggio di farla finita. Poi, come migliaia di altri, ha pagato guide ed esploratori e ora, tra sete, fame e predoni, cammina in colonna attraverso terre sterili, valli riarse e città in rovina, in un continente stravolto e irriconoscibile... Un romanzo visionario e attualissimo, che ci fa vivere le estreme conseguenze del cambiamento climatico già in atto e realizza quel "ménage à trois" fra scienza, arte e filosofia che, come sosteneva Italo Calvino, costituisce la vocazione profonda della migliore letteratura italiana.

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Bill Bryson, Notizie da un grande paese, Guanda, 2017

Dopo aver vissuto in Inghilterra per quasi vent'anni, Bill Bryson decide di tornare con la famiglia negli Stati Uniti, dove è nato e cresciuto. Ma lo scarto tra l'America che aveva lasciato da ragazzo, quella che lo accoglie e le abitudini acquisite in un altro paese lo colpisce con la forza di un terremoto. Ogni giorno, suo malgrado, affronta piccole e grandi sfide, dovute alle differenze culturali e linguistiche fra i paesi, che lo lasciano sconcertato e allo stesso tempo divertito: tutte le cose che ha dovuto fare da adulto infatti - dalle più banali, come i piccoli lavori di manutenzione in casa, a quelle più importanti, come mettere al mondo dei figli o sottoscrivere un fondo pensione... - hanno avuto come sfondo la Gran Bretagna e in America tutto è simile ma anche profondamente diverso, oppure è cambiato nel corso degli anni. Ecco allora le incomprensioni dal ferramenta su come sia più corretto chiamare i tasselli per le mensole, l'incredulità davanti all'ossessione tutta americana per l'aria condizionata o il profondo rispetto per le regole (per cui si può essere redarguiti in un diner vuoto se ci si siede senza aver aspettato le indicazioni della cameriera, come intimato dal cartello all'entrata). "Notizie da un grande paese" è il racconto tragicomico del ricongiungimento con la terra natia, e una lettera d'amore al focolare ritrovato.

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Pino Cacucci, Mahahual, Feltrinelli, 2017

Il Messico è il paese dei contrasti estremi. E all'estremo di tutto, c'è Mahahual: dove finisce la penisola dello Yucatán, sorge questo paesino di mille abitanti, a pochi chilometri dalla frontiera con il Belize. Angolo di paradiso tra palme e mangrovie, di fronte ha la barriera corallina seconda al mondo per estensione, il Mar dei Caraibi e lo scorrere lento del tempo: siamo nello stato del Quintana Roo, che a nord vanta la celebre Cancún, mentre qui c'è l'opposto assoluto, non solo geografico, perché a Mahahual il cemento non ha ancora invaso la vista, tra casupole, palafitte e hotel con il tetto di palme. Ma un'insidia minaccia costantemente questi litorali: per un capriccio delle correnti oceaniche, la plastica vi arriva da tre continenti, e ogni mattina all'alba, una miriade di volenterosi la raccoglie dalle spiagge, rendendole splendidamente bianche e pulite per un altro giorno, in un incessante "mito di Sisifo". Mari e terre ricchi di storia e leggende, dove i corsari ingaggiarono sfide mortali con i dominatori spagnoli, e i fieri maya non si lasciarono assoggettare da nessuno dei contendenti stranieri. Qui si narra di Gonzalo Guerrero che si schierò con gli indios, di Diego Grillo, il Mulatto, che si unì a Francis Drake per odio contro chi lo fece nascere schiavo, di Elvia Carrillo Puerto, indomita ribelle, che non attese la Revolución per affermare la propria libertà individuale e gli ideali di emancipazione collettiva.

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Rafael Chirbes, Sulla sponda, Feltrinelli, 2014

La storia si apre con il rinvenimento di un cadavere nello stagno di Olba, luogo immaginario sulla costa della Comunità valenciana, in Spagna. Esteban, il protagonista, ha dovuto chiudere la sua falegnameria, lasciando i dipendenti disoccupati. Mentre accudisce il padre, entrato ormai nella fase terminale della sua malattia, Esteban indaga i motivi di una rovina che lo vede nel doppio ruolo di vittima e carnefice. Il benessere e il suo rovescio inseparabile, l'avidità. Lo specchio in cui guarda Esteban, a suo modo un uomo senza attributi, restituisce un'immagine fatta di sogni infranti e illusioni perdute. Nulla si è salvato dalla voracità di questi primi anni del XXI secolo. L'amore, la famiglia, l'amicizia, anche i codici sociali sono diventati parte del menu di questo banchetto solo per pochi. Nei romanzi di Rafael Chirbes la vita interiore dei personaggi coincide con un preciso paesaggio esteriore, in questo caso senza dubbio lo stagno. Lo stagno, principio e fine della narrazione, acquisisce un crescente peso simbolico che ci aiuta a capire le complesse relazioni che gli esseri umani mantengono con il loro ambiente e con la loro storia. La storia ci obbliga a guardare verso quello spazio fangoso che è sempre stato lì, anche se per anni nessuno sembrava essere disposto ad ammetterlo, al tempo stesso spazio d'uso e abisso dove sono stati nascosti delitti e lavate coscienze, pubbliche e private.

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Sandrine Collette, Resta la polvere, E/O, 2017

Quando Rafael viene al mondo la fattoria è già un inferno: il padre se n'è da poco andato per sempre; i fratelli maggiori, i temibili gemelli Mauro e Joaquin, forti e prepotenti, odiano l'ultimo arrivato e lo maltrattano; l'altro fratello, Steban, è semiritardato, e la madre, rozza e avara, tiene insieme quella famiglia di disperati con tirannica autorità. Nella steppa patagonica battuta dal vento, tra sassi, polvere e cespugli riarsi, la vita scorre secondo i ritmi dell'allevamento, con le mandrie e le greggi da spostare a seconda delle stagioni, la tosatura della lana, gli accoppiamenti e le macellazioni, sempre in uno spietato clima di miseria, sangue e sudditanza gerarchica: la madre è il capo assoluto, sotto di lei i gemelli, sotto di loro Steban, detto lo scemo, e sotto tutti gli altri Rafael, detto il piccolo. La tensione sale sino al precipitare degli eventi, una guerra combattuta dalla madre tiranna a colpi di astuzia e dai figli grandi a colpi di brutalità, con Rafael capro espiatorio di tutti e l'altro fratello Steban, sbigottito dalla nascita, che alterna la sua complicità con l'una o l'altra fazione.

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Dave Eggers, Eroi della frontiera, Mondadori, 2017

Josie ha trentotto anni ed è felice, quella sera. In un camper al buio, con i suoi due bambini e i boschi sconosciuti attorno. Sa che la sua è una felicità passeggera, e che tutto è sbagliato. Non dovrebbe essere in Alaska, una zona del paese che è America ma anche non lo è, è il luogo dell'oblio e dei viaggiatori erranti. Non dovrebbe trovarsi in un'anonima casa a quattro ruote, senza telefono e con in tasca solo contanti. Irrintracciabile. Era una dentista e non lo è più. Il padre dei suoi figli l'ha lasciata. Ha una causa legale alle costole e un rimorso che la tormenta. Credeva in un paese che non esiste più, cancellato dalla durezza della crisi economica. Così Josie si è ribellata: ha preso i suoi figli (sequestrati, si potrebbe dire, all'insaputa del padre), li ha caricati su un camper e sono partiti, senza un piano. Paul, otto anni, "gli occhi freddi e premurosi di un prete glaciale", più assennato di sua madre. Ana, cinque anni, "una minaccia continua al contratto sociale", un animale con gli occhi verdi e "la capacità di individuare l'oggetto più fragile in qualsiasi stanza e romperlo con incredibile alacrità". E ora puntano dritti verso l'Alaska. Un genitore non dovrebbe prima di tutto tenere i figli alla larga da pericoli inutili e traumi evitabili? Invece lei li ha trascinati in Alaska, che non è per niente un luogo magico dall'aria cristallina, ma un posto soffocato dalla caligine di decine di incendi dispersi per tutto lo Stato come galeotti in fuga. Ma è anche la terra degli eroi, e Josie ha bisogno di trovarne uno: trovatemi uno coraggioso, un ardito, chiede agli alberi scuri. Trovatemi uno che non si tira indietro. Dave Eggers torna a raccontare l'America contemporanea e quel che resta di una famiglia disastrata che si mette in marcia verso la frontiera. E in più la luminosa e quasi utopistica fiducia, nonostante tutto, che qualcosa di simile all'originario sogno americano esista ancora, da qualche parte sotto il ghiaccio.

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Stanley Elkin, Magic Kingdom, Minimum Fax, 2005

Abbandonato dalla moglie e devastato dalla morte del figlio dodicenne, l'inglese Eddy Bale organizza un viaggio a Disneyland come ultima, strepitosa vacanza per sette bambini affetti da rarissime malattie terminali. Accompagnato da quattro adulti bizzarri e disfunzionali, l'improbabile gruppo di piccoli turisti si troverà di fronte la città del divertimento più stupefacente e grottesca del pianeta... Elkin (1930-1995), due volte vincitore del National Book Critics Circle Award, trasforma una potenziale vicenda strappalacrime in una tragicommedia, una satira divertente popolata da regine d'Inghilterra che barano a Scarabeo e pupazzi disneyani dall'aria bellicosa.

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William Faulkner, Luce d’agosto, Mondadori, 1990

"Nella mia terra la luce ha una sua qualità particolarissima; fulgida, nitida, come se venisse non dall'oggi ma dall'età classica". Così William Faulkner spiegò il titolo del suo settimo romanzo, uscito nel 1932 e subito acclamato come uno dei suoi capolavori. Ed è tra i riverberi crudeli di quella luce implacabile che si consumano le vicende di una folta schiera di personaggi: una ragazza incinta, armata solo di "una riserva di paziente e tenace lealtà", che si avventura dall'Alabama al Mississippi alla ricerca del padre di suo figlio; un uomo solitario dallo strano nome, Joe Christmas, "con un'inclinazione arrogante e malevola sul viso immobile", che l'isteria razziale del Sud getta nell'abisso tormentoso del dubbio circa il proprio sangue; un reverendo presbiteriano ripudiato dalla sua Chiesa per l'antico scandalo della moglie adultera e suicida; e, circondati da neri invisibili, gli sceriffi, i taglialegna, i predicatori, le donne "dal volto di pietra", chi "definitivamente dannato", chi alla ricerca disperata di una chimerica catarsi

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Brian Friel, Tutto in ordine e al suo posto, Marcos y Marcos, 2017

I luoghi sono d’Irlanda, splendida e aspra: il vento dell’Atlantico spazza le colline, ma dietro le dune, centinaia di allodole invisibili formano un ombrello di musica nella calura celeste.
Qui le donne non si fanno illusioni. A volte si induriscono, oppresse da troppe fatiche. Ma sanno accoglierti davanti al fuoco, ridere fino alle lacrime e abbandonarsi pienamente alle cose visibili e invisibili. Gli uomini invece coltivano spesso nella mente un’idea diversa della vita.
Il tempo potrebbe essere oggi, domani, sempre. Piccole crepe si aprono nella realtà conosciuta, nel quieto vivere, nelle convenzioni erette come barriere. Il mistero filtra e dilaga; sono donne, illusionisti, vecchi pescatori, rabdomanti a custodirlo.
Con la sua lingua meticolosa e nitida (resa da Daniele Benati con straordinaria intelligenza e passione) Friel non giudica, non spiega. Gli basta il lampo della barca sul lago che scompare nella notte, una testa troppo chinata sul volante per agganciarci: il nostro cuore è lì e l’immaginazione vola. Dieci racconti, dieci capolavori: Friel è un maestro dell’arte narrativa.

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Cormac McCarthy, Suttree, Einaudi, 2009

Per vivere Suttree pesca pesci gatto nelle acque limacciose del fiume Tennessee. E sul fiume vive, in una baracca galleggiante ai margini della città di Knoxville, fra ratti reali e metaforici. Ci si è trasferito dopo aver abbandonato un'esistenza di privilegi borghesi e pastoie religiose; l'ha fatto per vivere. Ora nel suo nuovo mondo impara ciò che il fiume insegna: che nel tutto in movimento - quel flusso ora grigio, ora bruno, nero, marrone, color peltro, ardesia, inchiostro o carbonio della cloaca maxima - "il colore di questa vita è acqua" e perciò solo "le forme più primitive sopravvivono". Alcune di esse finiscono impigliate nelle sue reti di pescatore e, volente o più spesso nolente, Suttree deve tentare di portarle in secca, magari immergendosi con loro in liquidi a più alta gradazione. Prima fra tutte la forma di uno spassoso troglodita come Harrogate, giovane topo di campagna con una passione contro natura per i cocomeri e una determinazione tanto candida quanto feroce a trasformarsi in ratto di città. A fianco di questo novello Huckleberry Finn e dei suoi guai Suttree impara altri colori dell'infinito scorrere.

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Amy Liptrot, Nelle isole estreme, Guanda, 2017

Dopo dieci anni di lontananza, Amy Liptrot torna alle Orcadi, il paesaggio della sua infanzia e della sua adolescenza, dove è cresciuta libera in una fattoria tra pecore, uccelli marini, mare a perdita d'occhio, isole reali e fantasma, leggende popolari e, soprattutto, un vento impetuoso e una natura indomita. Come molti ragazzi della sua generazione, a diciott'anni ha sentito il richiamo della grande città con il suo fermento, ma il periodo trascorso a Londra è stato caratterizzato dall'impulso a provare le emozioni più estreme. Feste, concerti, alcol, droghe... una spirale inarrestabile che diventa dipendenza, finché Amy perde il controllo della sua vita e l'amore del suo ragazzo. Solo dopo aver toccato il fondo, Amy capisce che deve ricominciare dall'unica cosa che le rimane, se stessa. Il ritorno a quella che una volta chiamava casa, a quella natura aspra e maestosa, alla sintonia con i cicli delle stagioni rappresenta per lei la possibilità di riconciliarsi con il passato: con la malattia mentale di suo padre, il fanatismo religioso di sua madre e con i ricordi di perdite e sconfitte recenti. Inizia così un processo di guarigione, e di accettazione, un vero e proprio percorso di rinascita. Giorno dopo giorno, tra mattinate trascorse a nuotare nell'acqua gelida e notti passate a esplorare la sua isola nella luce crepuscolare, ad ascoltare il canto degli uccelli o a scrutare il cielo in cerca delle Stelle Danzanti, Amy ritrova la propria forza, la propria voce, e soprattutto una via verso la libertà autentica.

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Christoph Ransmayr, Atlante di un uomo irrequieto, Feltrinelli, 2015

"Ho visto...": così iniziano tutti i settanta episodi di questa narrazione; lo sguardo partecipe e al tempo stesso distaccato di Ransmayr guida il lettore attraverso continenti, epoche, paesaggi del nostro pianeta vicini e lontanissimi, dai vulcani di Giava ai ghiacci del Polo Nord, dalle rapide del Mekong alla corrente del Danubio, dai passi dell'Himalaya all'isola degli ammutinati del Bounty. La concatenazione dei racconti crea una nuova geografia mentale del mondo, che in un susseguirsi di immagini vertiginose fotografa la vita, la morte e il destino dell'uomo sotto tutte le latitudini.

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Thomas B. Reverdy, Era una città, Edizioni Clichy, 2017

Detroit, 2008. Un senso di inesorabile, inarrestabile, inevitabile fine. Una città fantasma, che si sta lentamente disfacendo, che perde anche il ricordo di ciò che era, che non somiglia più a niente e diventa il simbolo di ciò che abbiamo perduto. Il senso di essere ormai arrivati in fondo all’abisso. Eppure ci sono ancora gli esseri umani, e allora anche in questo incubo grigio e senza respiro possibile emergono individui che in questa discesa e in questa perdita decidono di essere ancora individui, forse perché in qualche modo estranei a questo stesso abisso. Eugene, un ingegnere francese incaricato di un progetto automobilistico che decide di uscire dal proprio destino costruendosene uno diverso. Charlie, un ragazzo cresciuto in quel disastro e che adesso è scomparso. L’ispettore Brow, incaricato di ritrovarlo. La luminosa cameriera Candice che sceglie dia amare. Georgia, la nonna di Charlie che mette in gioco tutto l’amore che ha dentro per salvare il nipote. Era una città è un romanzo noir, ma anche un inquietante testo poetico e in qualche modo anche una sorta di saggio politico e sociologico che racconta come forse nessun libro aveva ancora fatto che cosa sia l’amore nel tempo della crisi.

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Zadie Smith, NW, Mondadori, 2013

Prendi il quartiere a nord-ovest di una città. Prova ad attraversarlo, molte volte, fino a sentirlo familiare. Prova a conoscere i suoi abitanti: ci troverai gente che da quelle parti è nata e cresciuta e altri che si sono appena trasferiti, gente che sta dalla parte del potere e gente che non ne ha un briciolo, uomini che vivono in un posto speciale e uomini che un posto nemmeno ce l'hanno. E poi troverai tutti gli altri, quelli che stanno nel mezzo. Ogni città è così. Un mucchio di persone che vivono gomito a gomito, restando mondi separati. Ma fai attenzione, se guardi meglio verso il quartiere a nord-ovest, ti accorgi che ci sono anche uomini che capitano da quelle parti come un'apparizione, estranei che spuntano dal nulla e attraversano il confine, senza avvisare nessuno, senza permesso, e la loro semplice presenza rischia di sconvolgere l'intero sistema. Così accade un pomeriggio d'aprile, quando una sconosciuta si presenta alla porta di Leah Hanwell in cerca d'aiuto, obbligandola a uscire dal suo isolamento ... Zadie Smith la segue, segue a nord-ovest quattro londinesi - Leah, Natalie, Felix e Nathan - e il loro tentativo di costruirsi una vita da adulti al di fuori di Caldwell, il quartiere popolare della loro infanzia. Dalle case ai parchi, dagli uffici ai pub, la loro Londra è un posto complicato. Un luogo meraviglioso ma anche crudele, dove le strade principali celano un labirinto di vie nascoste...

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Paesaggi italiani

Ampie descrizioni di paesaggio campeggiano anche in tanta narrativa italiana. Le Langhe di Pavese, di Fenoglio, di Lajolo, la pianura padana di Celati, il Friuli e la Roma di borgata e di periferia di Pasolini, la Ferrara di Bassani, la Napoli di Ortese, e tutta la pletora di città e regioni descritte anche da autori contemporanei raccontano un Paese per sezioni, per ambiti geografici, da nord a sud, fortemente connotato da storie locali e attività, usanze e abitudini, inflessioni dialettali, tipologie di territorio che varia in base alle stagioni e ai cicli di natura ma anche all’edilizia urbana e di periferia, ai sentieri, alle strade, ai capannoni industriali, alle fabbriche e ai centri commerciali. Le opere qui selezionate restituiscono così l’immagine di un’Italia fotografata a blocchi ma, dato il vasto arco temporale ricoperto, consentono di registrare anche l’evoluzione economica e sociale del Paese nel suo passaggio, per esempio, da società rurale a società di consumo, e poi automatizzata. Un viaggio nel tempo e nello spazio.

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Carmine Abate, La collina del vento, Mondadori, 2012

Impetuoso, lieve, sconvolgente: è il vento che soffia senza requie sulle pendici del Rossarco, leggendaria, enigmatica altura a pochi chilometri dal mar Jonio. Il vento scuote gli olivi secolari e gli arbusti odorosi, ulula nel buio, canta di un antico segreto sepolto e fa danzare le foglie come ricordi dimenticati. Proprio i ricordi condivisi sulla "collina del vento" costituiscono le radici profonde della famiglia Arcuri, che da generazioni considera il Rossarco non solo luogo sacro delle origini, ma anche simbolo di una terra vitale che non si arrende e tempio all'aria aperta di una dirittura etica forte quanto una fede. Così, quando il celebre archeologo trentino Paolo Orsi sale sulla collina alla ricerca della mitica città di Krimisa e la campagna di scavi si tinge di giallo, gli Arcuri cominciano a scontrarsi con l'invidia violenta degli uomini, la prepotenza del latifondista locale e le intimidazioni mafiose. Testimone fin da bambino di questa straordinaria resistenza ai soprusi è Michelangelo Arcuri, che molti anni dopo diventerà il custode della collina e dei suoi inconfessabili segreti. Ma spetterà a Rino, il più giovane degli Arcuri, di onorare una promessa fatta al padre e ricostruire pezzo per pezzo un secolo di storia familiare che s'intreccia con la grande storia d'Italia, dal primo conflitto mondiale agli anni cupi del fascismo, dalla liberazione alla rinascita di un'intera nazione nel sogno di un benessere illusorio.

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Silvia Avallone, Acciaio, Rizzoli, 2010

Nei casermoni di via Stalingrado a Piombino avere quattordici anni è difficile. E se tuo padre è un buono a nulla o si spezza la schiena nelle acciaierie che danno pane e disperazione a mezza città, il massimo che puoi desiderare è una serata al pattinodromo, o avere un fratello che comandi il branco, o trovare il tuo nome scritto su una panchina. Lo sanno bene Anna e Francesca, amiche inseparabili che tra quelle case popolari si sono trovate e scelte. Quando il corpo adolescente inizia a cambiare, a esplodere sotto i vestiti, in un posto così non hai alternative: o ti nascondi e resti tagliata fuori, oppure sbatti in faccia agli altri la tua bellezza, la usi con violenza e speri che ti aiuti a essere qualcuno. Loro ci provano, convinte che per sopravvivere basti lottare, ma la vita è feroce e non si piega, scorre immobile senza vie d'uscita. Poi un giorno arriva l'amore, però arriva male, le poche certezze vanno in frantumi e anche l'amicizia invincibile tra Anna e Francesca si incrina, sanguina, comincia a far male. Silvia Avallone racconta un'Italia in cerca d'identità e di voce, apre uno squarcio su un'inedita periferia operaia nel tempo in cui, si dice, la classe operaia non esiste più.

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Enrico Brizzi, La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco, Laterza, 2008

"Se voglio raccontare cos'è Bologna per noi che ci siamo cresciuti, devo tornare all'ombra protettiva del lungo portico ai piedi dei colli che ho conosciuto da bambino, quando anche Vasco e Bologna erano più giovani. Allora i nomi e i cognomi fioriranno sulla carta nell'esatto ordine di apparizione che hanno avuto in questa storia." Enrico Brizzi racconta Bologna i suoi principi, i suoi re, i suoi anni. Quelli del disimpegno di massa, del rock, del calcio, quelli rabbiosi di Vita spericolata, sospesa fra Baudelaire, Boccaccio e il bar all'angolo. E poi gli anni della scrittura, quell'epoca inattesa in cui poteva capitare di tutto, mentre un'irripetibile Bologna cresceva e si consumava. Gaudente e un po' matrona.

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Vasco Brondi, Anime galleggianti, La nave di Teseo, 2016

Due musicisti, una zattera e un canale che collega Mantova al Delta del Po. È così che ha inizio lo straordinario viaggio di Vasco Brondi e Massimo Zamboni "dalla pianura al mare, tagliando per i campi": per una settimana Massimo, Vasco e Piergiorgio, il fotografo che li accompagna, navigano a una velocità massima di dieci chilometri l'ora le acque magiche e surreali del Tartaro Canalbianco, uno dei tanti canali che attraversano la pianura padana nella zona del Polesine. Gli argini del canale sono molto alti, la pianura è solo una proiezione, mentre le giornate scorrono tra pescatori, aironi, immigrati rumeni e cinesi, pesci siluro, chiuse, tralicci e soste in paesi minuscoli. In mezzo a questa "Amazzonia immaginaria" il paesaggio apre ai ricordi infinite via di fuga e l'eco di coloro che della pianura hanno saputo narrare la malinconica bellezza - Zavattini, Celati, Ghini - si intreccia a un nuovo, universale, canto interiore. Due storie, anzi tre, e un viaggio a pochi chilometri da casa che si rivela la forma più pura di esplorazione, scoperta, incanto. Fotografie di Piergiorgio Casotti.

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Gianni Celati, Narratori delle pianure, Feltrinelli, 1991

Nel 1984, Italo Calvino così annunciava la pubblicazione di questo volume: "Dopo vari anni di silenzio, Celati ritorna ora con un libro che ha al suo centro la rappresentazione del mondo visibile, e più ancora una accettazione interiore del paesaggio quotidiano in ciò che meno sembrerebbe stimolare l'immaginazione". Queste trenta novelle, comiche e fantastiche, tristi o terribili, sulla valle del Po, mentre recuperano antiche forme narrative della tradizione novellistica italiana, sono un viaggio di ritorno alle fonti del narrare: cioè al "sentito dire che circola in un luogo o paesaggio". È una figura molto cara a Walter Benjamin, quella del narratore orale, che Celati ha cercato di riscoprire viaggiando e raccogliendo storie sulle rive del Po. Celebrando con le sue novelle questa figura in via di estinzione, Celati indica una degradazione ambientale che non riguarda soltanto i paesaggi, ma anche la facoltà di raccontare e di scambiarsi esperienze. Così queste sono altrettante parabole sulla nostra epoca, e costituiscono uno sforzo per ridare all'arte narrativa una credibilità che non sia soltanto letteraria.

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Gianni Celati, Verso la foce, Feltrinelli, 1992

Chi legge questo libro parte con l'autore alla ricerca delle foci del Po, seguendo le molte braccia del fiume in direzione del mare. Gianni Celati ama gli orizzonti, la soglia che porta altrove, ma anche la frontiera, il luogo delle foce, la meta del viaggiatore, è difficile da trovare e difficile persino da riconoscere: ci sono le valli d'acqua e le lagune, i terreni vaghi e le acque morte, e non si sa dove finisce il fiume e dove comincia il mare.

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François-René de Chateaubriand, Viaggio in Italia, La mandragora, 2009

Ancora uno Chateaubriand viaggiatore quello che ci accompagna in questo Viaggio in Italia: dopo essere partito come esploratore e prima di farsi pellegrino, lo troviamo qui in veste di diplomatico a Roma. Un breve soggiorno che gli darà modo tra il 1803 e il 1804 di conoscere il nostro Paese scendendo dalle Alpi verso la campagna romana e spingendosi fino al Vesuvio e i siti archeologici campani. Il paesaggio italiano, inondato da un'incomparabile luce, si fa partecipe di tante emozioni descritte con mirabili accenti romantici. Il trentacinquenne dalle ambizioni politiche e dai successi letterari, dall'animo malinconico e dalla curiosità storica, svela attraverso le sue frammentarie annotazioni come l'indole umana necessiti di legami col proprio passato. Ogni vestigio diventa così spunto di riflessione ad ampio respiro sul destino dell'uomo e la caducità delle cose. Se visitare l'Italia era diventato da tempo il viaggio di formazione per eccellenza, gli scavi di Pompei avevano all'epoca aggiunto ulteriore interesse alle già numerose testimonianze classiche.

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Paolo Cognetti, Le otto montagne, Einaudi, 2016

Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l'orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo "chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l'accesso" ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E li, ad aspettarlo, c'è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, "la cosa più simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui". Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito più vero: "Eccola li, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino". Un'eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.

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Mauro Corona, La via del sole, Mondadori, 2016

"Nessuno è tanto annoiato quanto un ricco" dice Mauro Corona parafrasando il grande poeta Iosif Brodskij, e lo sa bene il protagonista di questo romanzo, un ragazzo talmente abituato a ottenere tutto dalla vita che ormai da tutto è nauseato. Di ottima famiglia, ricchissimo e anche piuttosto affascinante, a nemmeno trent'anni è già uno stimato ingegnere cui non manca davvero nulla: ville, automobili, ma anche amici, donne e salute. Un eccesso di cose per lui sempre più opprimente... È per questo che di punto in bianco decide di dare una svolta radicale alla sua esistenza abbandonando il lavoro e rinunciando a ogni comodità per andare a vivere in una baita di montagna. E proprio mentre comunica ai genitori l'intenzione di ritirarsi sdegnosamente dal mondo, ne capisce ancora più profondamente le ragioni. Evocando le memorie dell'infanzia, scopre infatti i ricordi buoni: visioni di cime lontane, limpide sorgenti, ruscelli canterini, pascoli verdi e cascate lucenti di sole. Sì, il sole! È lui il ricordo più bello, il vero motivo che lo spinge a lasciare tutto e trasferirsi lassù. Ma una volta tra i monti, dove finalmente può dedicarsi incessantemente alla contemplazione della palla infuocata, si accorge che le ore di luce a sua disposizione non gli bastano più...

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Maurizio Cucchi, La traversata di Milano, Mondadori, 2007

Il luogo comune vuole che Milano sia una città non bella, poco vivibile, e fatta soltanto per il lavoro. Ma l'autore afferma che non è così. Si tratta di un giudizio superficiale, spesso condiviso, purtroppo, dagli stessi milanesi. Maurizio Cucchi, che è nato a Milano e a Milano ha ambientato i suoi versi, dimostra che il capoluogo lombardo è una città accogliente, affabile e bella. Compie così, in questo che è una sorta di libro di viaggi condotto entro il semplice perimetro di una metropoli, un percorso tra passato e presente capace di portare sulla scena i monumenti insieme alle leggende popolari ed eroiche e i templi della cultura, come la Scala, insieme ai grandi personaggi come Stendhal, Carlo Porta, Gadda, Montale...

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Beppe Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba, contenuto in Tutti i romanzi, Einaudi, 2015

"'I ventitré giorni della città di Alba', rievocanti episodi partigiani o l'inquietudine dei giovani nel dopoguerra, sono racconti pieni di fatti, con una evidenza cinematografica, con una penetrazione psicologica tutta oggettiva e rivelano un temperamento di narratore crudo ma senza ostentazione, senza compiacenze di stile, asciutto ed esatto." (Italo Calvino)

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J. W. Goethe, Viaggio in Italia, Mondadori, 2013

Cronaca delle impressioni e delle curiosità di un viaggiatore sempre attento agli incontri, all'arte e alla natura, il "Viaggio in Italia" - scritto da Goethe sulla base di appunti e lettere relativi al suo soggiorno italiano degli anni 1786-88 - è anche una grande opera d'arte e di pensiero.

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Ernest Hemingway, Di là dal fiume e tra gli alberi, contenuto in Romanzi, V. 2, Mondadori, 1993

Across the river and into the tress uscì il 7 settembre 1950.
[…] Tra gli amici venne chiamato il romanzo di Venezia.
Il romanzo è ambientato a Venezia nell’inverno e il suo protagonista, il colonnello Richard Cantwell, considerate nonostante le proteste dell’autore l’alter ego di Hemingway, è come lui stoico, ricco di humor, pieno di ferite. Il colonnello, ex degradato, Cantwell, sta aspettando a cinquant’anni di morire […]. Lo aiuta a sopravvivere la giovanissima aristocratica Renata. […] La vicenda si svolge nell’albergo Gritti, dove il colonnello trascorre lunghe ore con il barman che chiama Gran Maestro; insieme hanno inventato un ordine nobiliare che hanno chiamato con parole altisonanti spagnole: El ordine Militar, Nobile Y Espirituoso de los Cabaleros de Brusadeli […]. Questo “Ordine” inventato è organizzato come una parodia dei nostri carbonari; e in questo ordine viene ammessa anche Renata. […] A Renata il colonnello racconta lunghi episodi tragici, a volte tragicomici, a volte macabri del “triste mestiere” della guerra appena combattuta. A questi racconti si alternano giri in gondola a volte usati per amplessi appassionati, oppure passeggiate che accompagnano il lettore nei luoghi cari ai turisti americani ma anche ai vecchi veneziani; c’è anche un principio di rissa alla Humphrey Bogart e ci sono i ponti, quello bianco, quello di legno, quello rosso, quello di ferro nero, che Hemingway non identifica mai lasciandoli nella misterica atmosfera veneziana. E naturalmente ci sono le lunghe discussioni con i maitres per la scelta di uno champagne o di un menù, seguite dalle particolareggiate descrizioni del cibo. Finché l’elegia finisce con il colonnello che parte sulla stessa macchina, guidata dallo stesso autista che l’ha accompagnato a Venezia, verso le montagne, dove sentendo avvicinarsi la morte farà appena in tempo a dargli le ultime disposizioni morendo poi stoicamente. […]
(Fernanda Pivano, Nota ai testi, ed. Meridiani Mondadori, 1993, p. 1138-9)

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Raffaele La Capria, Ultimi viaggi nell'Italia perduta, Bompiani, 2015

"'Rievocare i paesaggi del passato non si può, diremo che Dio non vuole; vi è in essi alcunché dell'Eden consentito all'uomo una volta sola... egli non può rientrarvi.' Questa frase mi tornava alla mente mentre mettevo insieme questo libro dove appunto si parla di quell'Italia perduta che oggi ci appare attraverso le parole di alcuni degli ultimi viaggiatori che la videro in un tempo non lontano - come un Eden consentito all'uomo una volta sola. E proprio quelli della mia generazione, che ne conservano il ricordo, possono ancora fare il raffronto tra i luoghi di una volta e i luoghi di oggi, nati dal rapporto sbaglialo fra tradizione e modernità, cultura e classe dirigente. È questo rapporto sbagliato che ha dato origine a quell'ibrido per cui oggi un luogo non è quello che era né quello che vorrebbe essere. Questo è accaduto a tutti i luoghi che nomino in questo libro, ai 'sacri siti' di una volta, a Positano, a Ischia, a Procida, a Capri, e a gran parte dei luoghi più prestigiosi dell'Italia Meridionale e della Sicilia; e naturalmente a Napoli stessa." (Raffaele La Capria).

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Davide Lajolo, I mè: racconti senza fine tra Langhe e Monferrato, Vallecchi, 1977

La gente delle colline piemontesi, il paesaggio aspro e dolce delle Langhe e del Monferrato, che tanta parte hanno avuto nei romanzi di Cesare Pavese e Beppe Fenoglio, tornano in questo libro di Davide Lajolo in cui la volontà di resistere vince sul tragico, anche quando i boschi sono attraversati dalle “masche” e anche quando i contadini battono i pugni contro i pali di testa dei filari, disperati per la bufera che ha strappato il raccolto e anni di fatica. Come Fenoglio, Lajolo ha scritto “i racconti del parentado”, i mè, cioè i miei che non sono soltanto la madre muta, la sua famiglia, ma tutta la gente contadina che s’alza a protagonista e la terra e i cani e le lucertole e le “masche” e le farfalle, tutto quello che vive nel Monferrato e nelle Langhe. È il romanzo senza fine di ciò che ha vissuto e che vive la gente di questi luoghi, e di tutto quello che l’autore ha sedimentato, nella sua lunga esperienza di figlio fedele e nomade, di una terra battuta dalla grandine ma anche ingentilita dalla delicatezza dei fiori e dai colori dei vigneti. Lajolo ne scrive con una forza e un lirismo che fanno tutt’uno con il palpito della vita. Per lui la vita possiede sempre in sé la capacità di sconfiggere la “malora”.

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Dacia Maraini, Bagheria, BUR Rizzoli contemporanea, 2012

"Bagheria" è un racconto affidato alla memoria. L'autrice, bambina, arriva in Sicilia dopo aver trascorso due anni in un campo di concentramento giapponese. Con infantile intensità vive la scoperta delle proprie origini, della nobile famiglia materna, così radicata in quel paesaggio fatto di palazzi baronali e case che sembrano reggersi una all'altra. Nell'omertà delle pareti domestiche si consumano rapporti tortuosi, dove il prezzo da pagare ricade sempre sulle donne, sacrificate alla "legge" dell'onore in una società che tutto sa, ma finge di non vedere.

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Michela Murgia, Viaggio in Sardegna: undici percorsi nell’isola che non si vede, Einaudi, 2011

"Ci sono buchi in Sardegna che sono case di fate, morti che sono colpa di donne vampiro, fumi sacri che curano i cattivi sogni e acque segrete dove la luna specchiandosi rivela il futuro e i suoi inganni. Ci sono statue di antichi guerrieri alti come nessun sardo è stato mai, truci culti di santi che i papi si sono scordati di canonizzare, porte di pietra che si aprono su mondi ormai scomparsi, e mari di grano lontani dal mare, costellati di menhir contro i quali le promesse spose strusciano impudicamente il ventre nel segreto della notte, vegliate da madri e nonne. C'è una Sardegna come questa, o davanti ai camini si racconta che ci sia, che poi è la stessa cosa, perché in una terra dove il silenzio è ancora il dialetto più parlato, le parole sono luoghi più dei luoghi stessi, e generano mondi. Un'isola delle storie che va visitata così: attraverso percorsi di parole che disegnino i profili dei luoghi, diano loro una forma al di là delle pietre lise, li rendano ricordo condiviso e infine aiutino a dimenticarli, perché non corrano il rischio di restare dentro e prenderne il posto.
Questa storia è un viaggio in compagnia di dieci parole, dieci concetti alla ricerca di altrettanti luoghi, più uno. Undici mete, perché i numeri tondi si addicono solo alle cose che possono essere capite definitivamente. Non è così la Sardegna, dove ogni spazio apparentemente conquistato nasconde un oltre che non si fa mai cogliere immediatamente, conservando la misteriosa verginità delle cose solo sfiorate."

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Matteo Nucci, È giusto obbedire alla notte, Ponte alle grazie, 2017

Ai margini della Roma che tutti conosciamo, dove il Tevere crea un’ampia ansa prima di correre verso il mare, vivono uomini e donne che sembrano essersi incontrati solo grazie alle rispettive necessità. Fra baracche e chiatte, uniti dalla gestione di una trattoria improvvisata, mentre si alternano in piccoli lavori nei campi e nella guida dei turisti cittadini attratti dai loro lavori arcaici, essi hanno formato una comunità fuori dal tempo e dal mondo in cui oggi siamo abituati a vivere. Già da qualche tempo hanno accolto un uomo in fuga. Lo chiamano tutti “il dottore” perché sembra venuto a offrire le sue cure. Ma hanno anche intuito che quest’uomo di quasi cinquant’anni, in realtà si è ritrovato fra loro per curare sé stesso. Qual è il suo passato? Quale il dolore che lo ha strappato alla sua casa? Mentre il respiro del fiume scandisce il il tempo della lettura, veniamo attratti nella storia della sua vita, di sua moglie Anna e di sua figlia Teresa, delle sue perdite, del suo coraggio, del suo terrore. Accompagnati da racconti di nutrie, di cani, di animali fiabeschi, dai ritmi della natura che si approfondiscono nel cuore della città, conosceremo tutto di questo indimenticabile personaggio, antico e moderno assieme, e apprenderemo di nuovo come solo il dolore possa spingere l’essere umano alla rinascita. Una rinascita che passa per le mani di donne, e attraverso una notte cui è giusto obbedire.

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Massimo Onofri, Passaggio in Sardegna, Giunti, 2015

Dalla Porto Torres del Petrolchimico alla Cagliari dei Bastioni, lungo la statale 131, passando magari per Macomer, quella delle caserme e di alcune piccole star televisive. Sassari tra segreti e clamori. L'incredibile Parco delle Prigionette. Le dolcezze di Bosa e di Stintino. Arsura di Gallura. I Collage che sono di Olbia. Le isole dell'isola: dall'Asinara del carcere speciale e degli asinelli albini alla Caprera di Garibaldi. Oristano la città-salotto e Nuoro, più Giacometti che Deledda, che dell'isola è la piccola Atene. La Barbagia e il mito identitario. La Siligo di Gavino Ledda, la Ghilarza di Gramsci e la Villacidro di Dessì. E Alghero forever. La Sardegna che questo viaggio ci restituisce viene raccontata tra grand-tour e autoironica autobiografia, nei modi d'una scrittura disinvolta e camaleontica, tra il comico e il lirico. anche perché Massimo Onofri ha letto tutti i libri, e non solo di viaggio: sottoponendo al vaglio di una critica spietata e allegra tutti i luoghi comuni che hanno poi prodotto tanta cattiva letteratura, autoctona e no, a uso e consumo d'un turista in cerca di brividi esotici e primitivi. Ma la Sardegna, osservata con occhi veri e onesti, è anche la grande occasione per una resa dei conti, commossa e ilare, col proprio stilnovismo patologico.

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Massimo Onofri, Passaggio in Sicilia, Giunti, 2016

Dopo "Passaggio in Sardegna" il viaggio di Massimo Onofri continua in Sicilia: l'isola da sempre amata ma poi perduta nella nostalgia. E Onofri parte da lì, da dove lo avevamo lasciato, cioè dal centro della Sardegna, con lo stesso spirito di quelle camicie rosse che s'imbarcarono, 150 anni fa, da Quarto per Marsala. Un viaggio verso quella terra-continente, bellissima e feroce, mitica e dolorosamente contemporanea, che i più grandi siciliani dell'ultimo scorcio del secolo scorso hanno patito come irredimibile. Ma i siciliani possono ancora salvarsi? Onofri vuole verificare, una volta di più, le ragioni d'una sconfitta che è metafisica, prima che storica e antropologica, affidandosi magari a una nuova speranza. Un viaggio fuori dei percorsi obbligati dall'esotismo di massa, alla ricerca di sé, del sé. Ecco, allora, Palermo sontuosamente inesistente, con la sua corda pazza, il suo vitalissimo senso di morte; Catania felicissima e mondana, col suo erotismo di natura e quotidiano; Enna, elegantissima, alta e sola; Comiso viva e cordiale; Siracusa dolcissima e utopica; Marsala in versi e prosa; Caltanissetta operosa e civile; Agrigento con e senza Pirandello; Messina che, alla fine di tutto, non c'è. E poi: i silenzi di Sciascia, gli ignoti marinai di Consolo, le euforie di Bufalino, le passioni di Guttuso e Buttitta, i sogni dipinti di Giuseppe Modica, e molto altro ancora.

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Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, Adelphi, 1994

Il romanzo, nato dall'incontro della scrittrice con una Napoli uscita in pezzi dalla guerra, è in realtà la cronaca di uno spaesamento. La città infatti diventa uno schermo sul quale l'autrice proietta ciò che lei stessa definisce la propria nevrosi: una nevrosi metafisica, una impossibilità di accettare il reale, un orrore del tempo che ogni cosa corrode. Tutto il libro è un grido contro questo orrore, da cui lo sguardo vorrebbe potersi distogliere e non può. Questa edizione è accompagnata da due testi scritti dall'autrice, ripensando questo libro edito la prima volta nel 1953.

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Antonio Pascale, La città distratta, Einaudi, 2009

Caserta come rivelazione del sud, ma anche dell'Italia intera: è ciò che, in tono sommesso e spesso velato di comicità, offre al lettore questo "reportage narrativo" che unisce racconto e riflessione per cogliere lo spettro di uno sviluppo febbrile, selvaggio e vitale, di una mutazione profonda che è sotto gli occhi di tutti e, proprio per questo, invisibile.

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Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, Garzanti, 2005

Il Riccetto, il Caciotta, il Lenzetta, il Begalone, Alduccio e altri sono giovanissimi sottoproletari romani. Sciamano dalle borgate della Roma anni Cinquanta verso il centro, in un itinerario picaresco fatto di eventi comici, tragici, grotteschi. Alternano una violenza gratuita a una generosità patetica: Riccetto salva una rondine che stava per annegare ma non potrà far nulla dinanzi al piccolo Genesio trascinato via dalla corrente dell'Aniene; Agnolo e Oberdan assistono Marcello agonizzante, rimasto travolto dal crollo della sua scuola. La Roma monumentale e quella della speculazione edilizia sono lo spazio contraddittorio in cui avviene questa sorta di rito iniziatico di una giornata dei "ragazzi di vita". Prefazione di Vincenzo Cerami.

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Pier Paolo Pasolini, Romanzi e racconti, V. 1-2, Mondadori, 1998

La narrativa è ordinata cronologicamente in due volumi che, oltre a raccogliere romanzi notissimi, presentano una quantità di materiale inedito (addirittura romanzi completi) o disperso. Intorno a ogni «nodo» romanzesco vengono inoltre raggruppati una serie di allegati: pagine rifiutate, prime versioni, capitoli esclusi. Il profilo generale del Pasolini narratore ne esce radicalmente modificato.

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Cesare Pavese, La luna e i falò, Einaudi, 2005

Di ritorno dall'America dove era emigrato, il narratore ripercorre i luoghi della sua infanzia. Solo il paesaggio non è cambiato, tutto il resto è irriconoscibile. Ritrova un vecchio compagno, Nuto, fa amicizia con un ragazzo zoppo, Cinto, con cui fa lunghe passeggiate. I ricordi riaffiorano nelle conversazioni con Nuto: persone, situazioni dell'infanzia riprendono vita. Ma un giorno, proprio quando il narratore inizia a pensare di tornare ab abitare definitivamente in quei posti, divampa un incendio ben diverso dagli allegri fuochi accesi dai contadini. Il padre di Cinto ha dato fuoco al podere in cui lavorava e si è ucciso, dopo aver sterminato la famiglia. Cinto è l'unico sopravvissuto e il narratore, prima di partire, lo affida a Nuto.

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Paolo Rumiz, Appia, Feltrinelli, 2016

Paolo Rumiz ha percorso a piedi, con un manipolo di amici, la prima grande via europea, l'Appia, e ce ne riconsegna l'itinerario perduto, da Roma fino a Brindisi, "più per dovere civile che per letteratura". Lo ha fatto spesso cavando dal silenzio della Storia segmenti cancellati, ascoltando le voci del passato e destando la fantasia degli increduli incontrati durante il viaggio. Da Orazio ad Antonio Cederna (appassionato difensore dell'Appia dalle speculazioni edilizie), da Spartaco a Federico II, prende corpo una galleria di personaggi memorabili e si incontrano le tracce di Arabi e Normanni. Intanto le donne vestite di nero, i muretti a secco, la musicalità della lingua anticipano l'ingresso nell'Oriente. Per conquistarsi le meraviglie di un'Italia autentica e segreta è necessario però sobbarcarsi anche del lavoro sporco - svincoli da aggirare, guardrail, sentieri invasi dai canneti, cementificazioni, talvolta montagne intere svendute alle multinazionali dell'acqua e del vento - e affrontare la verità dei luoghi pestando la terra col "piede libero". Al racconto fanno da contrappunto le mappe disegnate da Riccardo Carnovalini, che ha trovato il percorso sulle carte, nelle foto aeree e sul terreno, e che ha descritto l'itinerario nel libro: un contributo prezioso e uno strumento utile - considerata l'assenza di segnaletica - per chi volesse seguire le orme di questa marcia d'avanscoperta.

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Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce, Feltrinelli, 2000

Sulla carta geografica, Venezia sembra un pesce e il ponte che la collega alla terraferma somiglia ad una lenza. Una guida originale (una guida d'autore) alla scoperta della città lagunare. Tiziano Scarpa parla della sua città e offre un'opportunità per guardarla da una prospettiva inedita. L'autore spiega che Venezia è una città da "sentire" con i piedi, che impegna il cuore, una città che ha orecchie, bocca naso e occhi. La letteratura che Venezia ha accumulato negli anni completa il quadro. Una nuova versione dell'opera, già pubblicata bel 1998, ampliata e rimaneggiata, con anche un racconto di Maupassant.

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Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, 2013

Siamo in Sicilia, all'epoca del tramonto borbonico: è di scena una famiglia della più alta aristocrazia isolana, colta nel momento rivelatore del trapasso di regime, mentre già incalzano i tempi nuovi (dall'anno dell'impresa dei Mille di Garibaldi la storia si prolunga fino ai primordi del Novecento). Accentrato quasi interamente intorno a un solo personaggio, il principe Fabrizio Salina, il romanzo, lirico e critico insieme, ben poco concede all'intreccio e al romanzesco tanto cari alla narrativa dell'Ottocento. L'immagine della Sicilia che invece ci offre è un'immagine viva, animata da uno spirito alacre e modernissimo, ampiamente consapevole della problematica storica e politica contemporanea.

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Pier Vittorio Tondelli, Rimini, Bompiani, 1997

Un giornalista milanese scende in riviera per il suo primo incarico importante e viene travolto da una girandola ossessiva di fatti e personaggi. Nella infuocata estate riminese, dominata dal gusto frenetico del divertimento (e magari di perversi piaceri), le storie di un suonatore di sax, di uno scrittore in crisi, di un gruppo di travestiti giocosi e molte altre ancora si intrecciano con la vita quotidiana di chi popola i locali, i caffé, le spiagge, le discoteche.

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Paesaggio dipinto, paesaggio in foto

Il tema del paesaggio si estende qui nelle arti pittorica e fotografica, che sono solo un altro modo per raccontare la realtà, attraverso l’immagine anziché la parola.

Ritratti  di panorami naturali e scorci urbani ci vengono consegnati dai vedutisti del ‘700 come dai fotografi contemporanei, in una registrazione di dettagli e cambiamenti che fa di molte tele e molti scatti un documento alla stregua di un racconto, condotto da quello sguardo particolare che l’autore posa sulla realtà e dall’interpretazione che ne offre.

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Gabriele Basilico, Beirut 1991 (2003), Baldini Castoldi Dalai, 2003

Tra il 1975 e il 1990 la città di Beirut, capitale del Libano, viene distrutta da una guerra che vede contrapposti gruppi ideologicamente e religiosamente diversi, provocando la morte di centinaia di persone. Lo scenario che si presenta agli occhi di Gabriele Basilico, un anno dopo la fine della guerra, è impressionante. Il fotografo italiano viene inviato con altri autori contemporanei quali Robert Frank, Josef Koudelka, René Burri, Raymond Depardon e Fouad Elkoury a comporre quella che sarebbe rimasta negli anni a venire la "memoria storica" di un'epoca di devastante follia.

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Walter Bonatti, Un mondo perduto: viaggio a ritroso nel tempo, Baldini & Castoldi, 2014

Walter Bonatti negli anni è riuscito a conquistarsi un privilegio raro: la possibilità di vivere due vite. Dopo la stagione di scalate che lo hanno reso uno dei protagonisti della storia dell'alpinismo, ha infatti deciso di modificare i suoi orizzonti e mettersi in cammino alla volta delle regioni più lontane e affascinanti del pianeta. Da queste straordinarie esperienze, spesso solitarie, è nato un libro di ricordi nel quale i paesaggi sconfinati diventano lo sfondo di un percorso interiore alla ricerca di sé e dell'ancestrale armonia con il pianeta Terra. Sul filo della memoria si delinea così una traiettoria esistenziale in cui la passione per l'esplorazione ha dovuto fare i conti con la scoperta dei propri limiti di fronte a una natura primordiale. Il racconto di viaggio diviene quindi biografia, restituendoci la storia di un uomo che è stato in grado di realizzare il proprio sogno di libertà, rendendoci partecipi dello stupore di fronte a quello che appare ormai come un mondo perduto.

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Attilio Brilli, Il grande racconto delle città italiane, Il mulino, 2016

"La forma di una città cambia più in fretta - ahimè - del cuore degli uomini": già Baudelaire avvertiva come ogni inevitabile trasformazione del paesaggio urbano si accompagni a struggimento e perdita. Ma forse non è impossibile ritrovare il senso di un'armonia fra noi e i volti delle città italiane maggiormente rappresentative di quella luminosa civiltà che, nelle epoche passate, è stata un faro per il mondo intero. Guardiamole con occhi nuovi, come fanno queste pagine, e lasciamo che a venirci incontro siano immagini originali e inedite, consegnate a noi dalle testimonianze letterarie o artistiche di visitatori illustri che ne hanno saputo cogliere lo spirito autentico. Da arcaiche forme insediative risalenti alla notte dei tempi, quelle città sono diventate nel corso dei secoli capitali di signorie e di principati generatori entrambi di un'autonoma, altissima civiltà; e prima ancora sono state orgogliosi, liberi comuni o repubbliche marinare gelose del loro prestigio e della loro indipendenza. I luoghi che visiteremo grazie a questo libro esigono di essere considerati alla stregua di creature viventi, con le fisionomie, i caratteri, le personalità loro. Saranno occasione di conquista e scoperta personale, da cui usciremo profondamente arricchiti.

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Silvia Camporesi, Atlas Italiae, Peliti Associati, 2015

La mappa ideale di un’Italia che sta svanendo. Il risultato di un viaggio durato un anno e mezzo, alla ricerca di paesi o edifici abbandonati, nascosti fra le regioni dello Stivale.
Una collezione poetica di luoghi, fondata sulla ricerca di frammenti di memoria in cui è il congelamento del sito a parlare attraverso il silenzio delle immagini.
Silvia Camporesi, ancora una volta, riesce ad incantare e a mostrare quel mistero che solo lei sa cogliere nei posti che fotografa. Il volume si rende ancora più interessante grazie al contributo grafico di Leonardo Sonnoli.

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Anna Ottani Cavina, Terra senz’ombra, Adelphi, 2015

Per lungo tempo la storia è stata raccontata così: fra Sei e Ottocento, gli artisti europei arrivavano (più o meno obbligatoriamente) in Italia, dove a contatto con un paesaggio ancora simile all'Arcadia, e con le maestose rovine della civiltà classica, trovavano il senso di un mestiere che avrebbero poi passato il resto della vita a perfezionare. Di questa parabola fin troppo lineare il nuovo libro di Anna Ottani Cavina costituisce una variante piena di scoperte e di sorprese. È vero, sostiene Ottani Cavina in questa sua arringa illustrata, gli artisti del Nord in Italia trovavano qualcosa, come la luce, cui gli studi non li avevano preparati; e, anche questo è vero, il trauma culturale e visivo li portava a modificare i loro stessi strumenti, l'uso che ne facevano: a esasperare il disegno, ad esempio, oppure, in una gran quantità di casi, ad abbandonarlo del tutto. Ma in questo modo non lavoravano a una replica fedele di quanto avevano visto, e vissuto: piuttosto, uno schizzo alla volta, una tela dopo l'altra, Poussin, Thomas Jones, Granet e molti altri cominciavano in realtà a costruire quasi dal nulla quel luogo dell'immaginazione e della memoria che da allora tutti noi, credendo di conoscerlo da sempre, chiamiamo Italia.

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Stefano Cecchetto e Luisa Turchi, Bellitalia: la pittura di paesaggio dai macchiaioli ai neovedutisti veneti, 1850-1950, Marsilio, 2015

Il volume accompagna l'esposizione (Caorle, 20 giugno-25 ottobre 2015), curata da Stefano Cecchetto e Maurizio Vanni, dedicata alla pittura di paesaggio tra Ottocento e Novecento. La mostra include opere di tutti quegli artisti che hanno rivisitato il tema della veduta e ne hanno celebrato la poetica e la metamorfosi. Partendo dalla rappresentazione ottocentesca di una veduta che si trasforma attraverso la visione romantica dell'artista - la "macchia" dell'espressionismo toscano e la luce di quello veneto - il percorso della mostra si sviluppa poi intorno ai nuovi linguaggi del Novecento. Il catalogo rende conto di questo percorso con un ricco apparato iconografico e i contributi critici di Stefano Cecchetto, Eugenio Manzato, Tiziano Panconi, Luisa Turchi, Maurizio Vanni e Myriam Zerbi.

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James Whitlow Delano, I viaggi di Tiziano Terzani, Vallardi, 2008

Questo album fotografico ripercorre con 120 bellissime e suggestive immagini gli itinerari di Tiziano Terzani, in Afghanistan, Vietnam, Thailandia, India, Kashmir, Nepal, Tibet, Cina... Le foto, con l'incisività del bianco e nero, restituiscono i luoghi, le situazioni e gli ambienti già visitati da Terzani, e soprattutto la varia umanità, con le sue fatiche e la sua precarietà, già amata dai grande giornalista e scrittore che strinse con il continente asiatico un legame forte e duraturo. Un ricordo di Terzani, la cui grande popolarità e l'affetto crescente di un pubblico vastissimo sono un omaggio non solo allo scrittore, ma a una vita dedicata con passione a capire e a raccontare il mondo, e alla grande forza del suo messaggio di pace. Il riconoscimento di un debito alla memoria di un uomo convinto che l'unica via d'uscita possibile dall'odio e dal dolore è la non-violenza, consapevole dell'abisso culturale e sociale aperto tra l'Occidente in cui nato e l'Oriente in cui vissuto per trent'anni.

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Cesare De Seta, L’arte del viaggio: città, paesaggi e divagazioni tra passato e futuro, Rizzoli, 2016

Ci sono molti modi per viaggiare come ci sono molti viaggiatori. Cesare de Seta si definisce un "viaggiatore quasi sedentario", ma dietro questa sprezzatura salgariana si nasconde una straordinaria miscela di suole consumate e profonda conoscenza del mondo. Ed è proprio da questa miscela che emerge nitido il ritratto di tantissime città, raccontate non solo attraverso la loro arte e la loro architettura, ma attraverso il loro "volto". Sono città molto lontane o vicinissime, molto antiche o nuovissime, ma tutte hanno in comune i segni di una rapida trasformazione che ne sta stravolgendo i tratti. Negli ultimi decenni, infatti, il cambiamento ha raggiunto un'intensità e un ritmo mai conosciuti nei millenni precedenti. E oggi le città, prede dell'esperanto della modernizzazione, si assomigliano sempre più tra loro. Questo viaggio cerca di capire quale forma avrà il nostro paesaggio urbano. una volta attraversato dalle vie consolari e oggi da una rete invisibile che trasporta messaggi più che uomini. Ma senza le previsioni catastrofiche che ciclicamente e inutilmente si abbattono sulle nostre sorti. Perché di città continueremo a vivere e a morire ancora a lungo, e solo chi è in grado di capire dove sono le loro radici lontane saprà indovinarne il futuro.

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Pierluigi De Vecchi e Graziano Alfredo Vergani, La natura e il paesaggio nella pittura italiana, Silvana, 2002

Il tema di questo volume, cioè la raffigurazione del paesaggio e la rappresentazione della natura nella pittura italiana dal XIV al XX secolo, è svolto all'interno di quattro parti, ognuna delle quali affidata ad un diverso autore, specialista della materia, e dedicata alla trattazione del tema sull'arco di alcuni secoli, uniti da una specifica interpretazione del soggetto sulla base di caratteristiche di tipo ora formale, ora contenutistico.

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Giovanni Romano, Studi sul paesaggio: storia e immagini, Einaudi, 1991

L'evidenza fisica del paesaggio e l'immagine più o meno ideale che ne hanno fornito i pittori vengono messe a confronto […]. Il lettore è libero di seguire la via indicata da Giovanni Romano o di avventurarsi a comporre altri itinerari dimostrativi, che l'autore ha solo parzialmente sfruttato, utilizzando i molti possibili riferimenti incrociati tra testo e tavole. Nell'insieme il lavoro si rivela infatti una imponente raccolta di materiale figurativo riveduto con ottica non convenzionale e predisposto a un miglior uso da parte di storici dell'arte, geografi, storici economici, storici del paesaggio, urbanisti e tutti coloro che ancora credono nella conoscenza preventiva del territorio storico per la cautela del patrimonio culturale e naturale che ci è stato tramandato.

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Priscilla Zucco, Stefano Pezzoli e Isabella Fabbri, Terre nuove: immagini dell'archivio fotografico dell'Ente Delta Padano, Compositori, 2011

Il volume, con una selezione di circa 100 immagini in bianco e nero, illustra l'archivio fotografico dell'Ente Delta Padano, oggi conservato nella fototeca dell'Istituto Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna e, nello stesso tempo, racconta l'attività dell'ente costituito nel 1951 per attuare la bonifica e la successiva riforma fondiaria nelle valli del delta e sciolto negli anni Settanta. Alle immagini si affiancano alcuni saggi di introduzione e inquadramento.

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Parliamo di paesaggio

Chiude il percorso una serie di testi sul paesaggio italiano, sulle sue peculiarità naturali, artistiche e archeologiche e sulle problematiche attinenti la tutela e la valorizzazione. Tra costa, entroterra, alpi, appennini e centri storici, anche lontano dagli itinerari più usuali del turismo, descrivono un paese bello ma fragile, segnato da fenomeni e insediamenti che costantemente ne ridisegnano la fisionomia; affrontano questioni urgenti come lo sfruttamento delle risorse a disposizione e il consumo indiscriminato di suolo; analizzano l’evoluzione nei secoli del rapporto tra campagna e città; si interrogano su quale direzione seguire nei progetti futuri di salvaguardia del patrimonio ereditato dal passato, vissuto in modo altalenante ora come bene da preservare, ora come intralcio al progresso.

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Cesare Brandi, Il patrimonio insidiato: scritti sulla tutela del paesaggio e dell'arte, Editori riuniti, 2001

L'Italia della ricostruzione e del boom è stato il paese che ha deturpato nei modi più vari il proprio paesaggio naturale e artistico. Ancora oggi una parte dell'opinione pubblica condivide un atteggiamento di indifferenza o di fastidio verso un'eredità avvertita come un intralcio. Questo volume raccoglie una serie di scritti di Cesare Brandi, storico dell'arte che ebbe un ruolo importante nel tentativo di combattere la distruzione del paesaggio italiano.

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Campagna e città: dialogo fra due mondi in cerca di nuovi equilibri, Touring club italiano, 2011

Attraverso quattro viaggi immaginari lungo la nostra storia, i paesaggi, il territorio dove si abita e si produce e la galssia agroalimentare, questo libro rilegge in chiave moderna la connessione fra la dimensione rurale e quella urbana. Il rapporto con i luoghi che abitiamo si lega al bisogno diffuso di ritrovare un’armonia fra attività produttive e ricreative, nel rispetto della salute e del benessere individuale, sociale e ambientale, e a vantaggio delle prossime generazioni cui lascire quel patrimonio di beni –materiali e immateriali- necessari per un’esistenza più bella.

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Piero Camporesi, Le belle contrade: nascita del paesaggio italiano, Il saggiatore, 2016

La meraviglia per la bellezza di un panorama è impensabile per gli uomini del Quattro e Cinquecento: il loro occhio coglie più la concretezza ambientale e la realtà della geografia umana che l'incanto estetico. È un'Italia, la loro, di cose e di genti, di mestieri e di antimestieri, di affari e di malaffari, una lunga sfilata di oggetti, manufatti, prodotti, attività, messa a fuoco e identificata non dal nobile senso della vista ma da quelli più popolari del tatto, del gusto, dell'olfatto. L'acquisizione culturale del paesaggio nasce in seguito, lentamente e faticosamente, e così la contemplazione disinteressata per gli ineffabili piaceri dello spirito, giustificate o indebite rêveries da consumare in morbidi circuiti suggestivi, perfino momenti di ascesi e alta meditazione religiosa. Piero Camporesi, servendosi di una ricca messe di fonti letterarie tardomedievali, umanistiche e rinascimentali, e con la consueta inventività di scrittura, racconta come nasce l'attenzione per l'ambiente e come cambia la percezione del paesaggio in età premoderna. Il mare, da superba e minacciosa distesa, si trasforma in amena e talvolta sensuale località per la villeggiatura; la promozione borghese della montagna - coadiuvata dall'estetica del sublime - fa di quell'aspra verticalità un requisito fondamentale per l'elevazione dello spirito e per l'esame della fragilità umana.

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Antonio Cederna, I vandali in casa: cinquant’anni dopo, Laterza, 2006

Vandalo è chi distrugge l'antico. Ma non solo. Vandalo è chi distrugge l'antico perché la città assuma una fisionomia più consona a interessi privati e non pubblici, perché il suo territorio venga spremuto al pari di una risorsa dalla quale ricavare quanto più reddito possibile. La degradazione della storia e della sua eredità, la manomissione della natura non sono solo violazioni inammissibili di quanto il passato ha elaborato. Sono anche uno dei modi di essere dell'Italia in quegli anni. Questo libro dà il tono di un paese che sarebbe potuto essere diverso da com'é.

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Gilles Clement, Piccola pedagogia dell’erba: riflessioni sul giardino planetario, DeriveApprodi, 2015

Temporali e cimiteri, land art e insetti, volpi volanti e dei del giardino. Poi migrazioni, vagabondaggi, erranza umana e vegetale. Architetture urbane e del paesaggio. Radici secolari. Talpe sovversive e cani randagi. Un libro lungo vent'anni che raccoglie il farsi del pensiero e della pratica di Gilles Clément, giardiniere, paesaggista e filosofo francese. Ritroviamo gli incolti, il meticciato, il terzo paesaggio, il giardino planetario e il giardino in movimento - temi cari all'autore e per i quali è oggi noto. Ma anche le nuvole, il bioma, Jean-Baptiste Lamarck e il posto degli umani nella biosfera. A tenere insieme tutto questo è Louisa Jones, curatrice del volume, e il pensiero stesso di Gilles Clément, a partire dalla filosofia di una Terra intesa come vivente, sulla quale "la vita avanza seguendo un caos poetico, che si offre a tutti coloro che sono disposti a non chiudere gli occhi". Postfazione di Andrea Di Salvo.

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Guido Ferrara, L’architettura del paesaggio italiano, Marsilio, 2017

Uscito nel 1968 ma ancora profondamente attuale, a distanza di cinquant’anni il volume –ora in una nuova edizione rinnovata e corretta- riferisce sul perché della permanenza della bellezza e sull’equilibrio dei paesaggi passati, presenti e futuri, dato che i processi, presenti e futuri, dato che i processi reali di riproduzione delle risorse comportano evidenti responsabilità cultural e istituzionali di piano e di progetto, oggi nel nostro paese palesemente trascurate.

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Salvatore Settis, Paesaggio, Costituzione, cemento: la battaglia per l’ambiente contro il degrado civile, Einaudi, 2010

I danni al paesaggio ci colpiscono tutti, come individui e come collettività. Uccidono la memoria storica, feriscono la nostra salute fisica e mentale, offendono i diritti delle generazioni future. L'ambiente è devastato impunemente ogni giorno, il pubblico interesse calpestato per il profitto di pochi. Le leggi che dovrebbero proteggerci sono dominate da un paralizzante 'fuoco amico' fra poteri pubblici, dai conflitti di competenza fra Stato e Regioni. Ma in questo labirinto è necessario trovare la strada: perché l'apatia dei cittadini è la migliore alleata dei predatori senza scrupoli. E necessario un nuovo discorso sul paesaggio, che analizzi le radici etiche e giuridiche della tradizione italiana di tutela, ma anche le ragioni del suo logoramento. Per non farci sentire fuori luogo nello spazio in cui viviamo, ma capaci di reagire al saccheggio del territorio facendo mente locale. La qualità del paesaggio e dell'ambiente non è un lusso, è una necessità, è il miglior investimento sul nostro futuro. Non può essere svenduta a nessun prezzo. Contro la colpevole inerzia di troppi politici, è necessaria una forte azione popolare che rimetta sul tappeto il tema del bene comune come fondamento della democrazia, della libertà, della legalità, dell'uguaglianza. Per rivendicare la priorità del pubblico interesse, i legami di solidarietà che sono il cuore e il lievito della nostra Costituzione.

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Antonella Tarpino, Geografie della memoria: case, rovine, oggetti quotidiani, Einaudi, 2008

Nella metamorfosi della memoria contemporanea mutano i luoghi del ricordare: non è più nei simboli appannati della memoria tradizionale che va cercata la testimonianza indelebile del trascorrere del tempo, ma negli spazi più domestici della vita quotidiana. Tra le pietre delle antiche case rupestri del Mediterraneo o le mura, virtuali, delle case della mente - le dimore che tra storia e letteratura (come per esempio "Casa Howard") celebrano le virtù dell'intimità borghese - fino ai resti durevoli della violenza e della guerra (il villaggio martire di Oradour sur Glane, uno dei più importanti memoriali del secondo conflitto mondiale). Ma ancora le case testimoniano fratture epocali, come l'avventura industriale stratificata nelle periferie delle nostre città. Sono soprattutto gli edifici e gli oggetti che, quasi proiezioni del nostro corpo, preservano la memoria quotidiana nel tempo, ne comunicano le emozioni in profondità: siano essi la forchetta ricurva scoperta fra le rovine di un villaggio-martire o il profilo antico della casa di famiglia.

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Antonella Tarpino, Il paesaggio fragile: l’Italia vista dai margini, Einaudi, 2016

Questo itinerario inconsueto tra i paesaggi ai margini del nostro Paese intende volutamente "far girare la testa". Forza il quadro ormai desueto della cartografia politica per ri-raccontare i luoghi. Fa affiorare territori nascosti. Riporta in vita voci, visioni e suoni di chi quei paesaggi ha disegnato nel tempo. Ma come dare un futuro al paesaggio fragile, la montagna povera e gli interni (in Italia più della metà del territorio)? In via preliminare con una rivoluzione dello sguardo che - forte delle parole degli scrittori e delle immagini dei pittori - ripari la memoria tradita di quei luoghi: lungo le valli frontaliere delle Alpi Marittime, le antiche vie del sale appenniniche e il paesaggio delle case in terra cruda dall'Adriatico al Tirreno. È un racconto alla rovescia quello che emerge dalle testimonianze dei mulattieri, dei mercanti di capelli, dei suonatori ambulanti. Dove il loro perdersi e poi ritrovarsi nella memoria - che è contaminazione tra passato e progetti di futuro - ci svela direzioni di senso.

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Patrizia Violi, Paesaggi della memoria: il trauma, lo spazio, la storia, Bompiani, 2014

Da Auschwitz in poi sempre più spesso oggi si incontrano, in ogni parte del mondo, luoghi di memoria molto particolari che derivano dalla trasformazione in forma museale di prigioni, campi di concentramento e sterminio, spazi dove si sono consumati orrori e violenze di massa. Cosa fare di questi luoghi che in modo così pregnante ci ricordano il male che lì si è consumato? Mantenerli identici, bloccando l'inevitabile scorrere del tempo o trasformarli, riadattandoli a nuove esigenze, più rivolte al futuro che alla conservazione del passato? Come tramandare la memoria di un passato traumatico senza stravolgerlo? Come ridare un senso vivo a ciò che ricorda la morte? Interrogativi complessi che investono questioni di ordine molto generale sul rapporto fra trauma, memoria, testimonianza. Analizzando con strumenti semiotici alcuni siti del trauma in varie regioni del mondo, dalla Cambogia all'America Latina, dalla Cina all'Italia, questo lavoro mostra come gli spazi che a prima vista ci appaiono come la traccia indicale del passato siano in realtà veri e propri mediatori e produttori di memoria e contribuiscano a costruire il passato che sembrano restituirci senza mediazioni. Osservatori privilegiati per leggere molto altro: rapporti di potere, logiche di controllo sociale, strategie identitarie, ma anche tensioni e contrasti fra memorie individuali e forme collettive di commemorazione, mettendo in discussione ogni nozione ontologica e universalizzante del trauma...

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