Maggio dei Libri 2018

vo(G)liamo leggere

Torna anche quest’anno Il Maggio dei Libri, la campagna nazionale di promozione della lettura lanciata dal Cepell (Centro per il libro e la lettura) del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. In calendario dal 23 aprile (Giornata mondiale UNESCO del libro e del diritto d’autore) al 31 maggio, l’iniziativa, come di consueto, è rivolta a istituzioni, scuole, biblioteche e associazioni su tutto il suolo nazionale e vuole incoraggiare la realizzazione di attività mirate. Anche la Biblioteca comunale di Imola aderisce, presentando un percorso di lettura in linea col terzo tema tra quelli suggeriti dal Cepell nell’ultima edizione: la lingua come strumento di identità. Ai romanzi e ai saggi ospitati nelle varie sezioni, il compito di sviluppare e approfondire l’argomento e aprire a una riflessione più ampia sulla comunicazione, le tradizioni, gli individui, i popoli, la storia.

Si ricorda che tutto il materiale segnalato è presente in biblioteca e disponibile per il prestito esterno.

Le immagini scelte a introduzione del percorso e di ogni sezione sono tratte dalla locandina del Maggio dei libri 2018, recuperabile sul sito all'indirizzo https://www.ilmaggiodeilibri.it


Romanzi

Quando negli anni ’90 iniziava a diffondersi quella letteratura che sarebbe stata definita nel tempo migrante, i primi autori che calcavano questa scena in Italia si chiamavano Pap Kouma (Io venditore di elefanti, 1990), Mohamed Bouchane (Chiamatemi Alì, 1991), Fernanda Farias De Albuquerque (Princesa, 1994) e provenivano da Senegal, Marocco, Brasile. Raccontavano esperienze di viaggi, immigrazione e sradicamento ma lo facevano, cosa inedita, adottando per primi la lingua del paese di approdo. Da allora i flussi migratori sono aumentati, si sa, e il numero delle nazioni coinvolte pure, come dimostra la rappresentanza di scrittori anche dei Balcani e dell’Europa dell’est che hanno via via iniziato a pubblicare direttamente in italiano, Anilda Ibrhaimi e Mihai Mircea Butcovan ad esempio. La presente sezione vuole dunque rendere omaggio a quella fitta produzione letteraria di testimonianza di questo fenomeno che riguarda non solo l’Italia e che quindi ingloba narratori contemporanei come l’americano André Aciman nato in Egitto da famiglia ebraico-sefardita di origini turche, il libanese-americano Rabih Alameddine, i tedeschi Feridun Zaimoglu ed Emine Sevgi Ozdamar, figli di turchi immigrati in Germania, lo svedese di origini tunisine Jonas Hassen Khemiri, l’italiano di etnia albanese (arbereshe) Carmine Abate, e i tanti altri che, anche fuori da questa stretta dinamica, spinti da passione e curiosità per una lingua straniera, o addirittura inventata e surreale, la impiegano e la elevano a materia narrativa nel suo rapporto intimo e profondo con la cultura che esprime: Jumpa Lahiri, Elena Lippin, Ferenc Karinthy.

Data la forte spinta autobiografica, l’altro aspetto rilevante di questa narrativa, oltre a quello linguistico, risiede nel tema di fondo comune a diversi romanzi, come il nostos, cioè il ritorno alla terra di origine a cui richiamano le tradizioni familiari e la difficile costruzione di un’identità. Tra viaggi, emigrazioni, percorsi formativi, descrivono popoli e paesi, rievocano idiomi, o singole parole, raccontano di incontri e salti culturali, di integrazione e isolamento, di entusiasmo e frustrazione. E la storia si snoda non di rado tra la conquista di un nuovo bagaglio e di una nuova coscienza e la custodia di un patrimonio antichissimo, come le lingue, appunto, che instabili si rincorrono e mescolano oltre i confini, e al contempo manifestano, ognuna, uno speciale modo di pensare le cose e guardare alla vita.

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Carmine Abate, La moto di Scanderbeg, Milano, Oscar Mondadori, 2008

Protagonista di questo romanzo è Giovanni Alessi, un uomo in perenne fuga. Dalla sua famiglia, dal suo paese, dove è nato e cresciuto, dai fantasmi del suo passato, dalla sua lingua, dal ricordo del padre che morì a trentacinque anni cadendo in un burrone per vincere una scommessa. Giovanni, che si è rifugiato in Germania per raggiungere Claudia, lavora dapprima come posapietre con uno zio, poi inizia a collaborare alla radio dove lavora la sua ragazza. E in Germania torna con la memoria a ripensare la sua storia e la storia di suo padre, leader delle rivolte contadine nell'Italia del dopoguerra, nel quale rivive la leggenda del grande condottiero Scanderbeg, mitico eroe dell'indipendenza albanese, ascoltata da bambino.

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André Aciman, Harvard Square, Parma, Guanda, 2014

È l'estate del 1977 e Cambridge è quasi deserta. Gli studenti di Harvard vanno in vacanza o a fare esperienze di lavoro all'estero, e sono pochi quelli che rimangono nella città oppressa dal gran caldo di luglio. Tra questi c'è un dottorando che si sta preparando per gli esami. È un ebreo di origini egiziane, un outsider nel mondo accademico di una delle università più antiche e prestigiose degli Stati Uniti. Nella suggestiva Harvard Square, punto di riferimento della vita studentesca, c'è un locale dal sapore mediterraneo, il Café Algiers, completamente estraneo all'ambiente pretenzioso che lo circonda. È qui che lo studente fa l'incontro che potrebbe cambiare il corso di tutta la sua vita. Qui conosce Kalashnikov, un tassista tunisino, così soprannominato per la sua parlantina caustica e chiassosa, che non risparmia nessuno: uomini, donne, bianchi, neri, capitalisti, liberali, conservatori... I due, uniti da una lingua comune, il francese, dal profondo senso di sradicamento e dalla nostalgia per le atmosfere dei loro paesi d'origine, diventano inseparabili. Rinviata ogni decisione sul futuro, riempiono le afose giornate di chiacchiere, cibo, vino, caffé, gite al lago e belle donne. Fino a quando non ricomincia il semestre invernale ed entrambi vengono risucchiati dalle loro "vite di sempre", inconciliabilmente diverse.

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Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah, Torino, Einaudi, 2014

La distanza tra la Nigeria e gli Stati Uniti è enorme, e non solo in termini di chilometri. Partire alla volta di un mondo nuovo abbandonando la propria vita è difficile, anche se quel mondo ha i tratti di un paradiso, ma per Ifemelu è necessario. Il suo paese è asfittico, l'università in sciopero. E poi, in fondo, sa che ad accoglierla troverà zia Uju e che Obinze, il suo ragazzo dai tempi del liceo, presto la raggiungerà. Arrivata in America, Ifemelu deve imparare un'altra volta a parlare e comportarsi. Diverso è l'accento, ma anche il significato delle parole. Ciò che era normale viene guardato con sospetto. Ciò che era un lusso viene dato per scontato. La nuova realtà, inclemente e fatta di conti da pagare, impone scelte estreme. A complicare tutto c'è la questione della pelle. Ifemelu non aveva mai saputo di essere nera: lo scopre negli Stati Uniti, dove la società sembra stratificata in base al colore. Esasperata, Ifemelu decide di dare voce al proprio scontento dalle pagine di un blog. I suoi post si conquistano velocemente un folto pubblico di lettori, che cresce fino ad aprire a Ifemelu imprevisti e fortunati sbocchi sul piano professionale e privato. Ma tra le pieghe del successo e di una relazione con tutte le carte in regola si fa strada un'insoddisfazione strisciante. Ifemelu si sente estranea alla sua stessa vita e, lì dov'è, non riesce ad affondare le radici, pur sapendo che in Nigeria il nuovo modo di guardare il mondo le guadagnerebbero l'epiteto di "Americanah".

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Rabih Alameddine, La traduttrice, Bompiani, 2015

Dopo "Il cantore di storie" con questo nuovo romanzo Rabih Alameddine ci trasporta in Libano, a Beirut, e, all'inizio, in un vecchio appartamento della città. È qui che incontriamo Aaliya, una donna di settantadue anni, i capelli tinti di blu, una traduzione da iniziare, forse, e una storia da raccontare. Aaliya ci parla della sua vita: anni e anni dedicati a leggere i capolavori della letteratura mondiale per poi tradurli, in silenzio, per puro amore, senza che alcuna traduzione veda mai la luce della pubblicazione; mentre per le vie della città cadevano bombe e si udivano gli echi di una guerra capace di trasformare giovani pacifici in spie e assassini. Una guerra che ha costretto una donna sola come lei, di professione libraia, appassionata di libri, a dormire con un fucile accanto al letto per difendersi da attacchi improvvisi. Una guerra che ha costretto Aaliya a rimandare l'appuntamento con l'amore. Siamo ciò che leggiamo, disse un saggio, e Aaliya è questo: una creatura meravigliosa, fatta di carta, eppure viva, piena di umorismo, che si nasconde da tutto e tutti dentro una vecchia giacca di lana e dietro la letteratura, cercando nei libri l'amore che la sua famiglia non è stata in grado di darle.

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Vassilis Alexakis, La lingua materna, Milano, Crocetti, 2001

Pavols Nikolaidis, disegnatore satirico greco residente da molti anni a Parigi, torna in patria pochi mesi dopo la morte della madre. Il ritorno ad Atene, sua città natale, si configura come il nostos di un eroe omerico: gli uomini, le consuetudini, i luoghi, ma soprattutto la lingua, vista come patria autentica di ciascuno di noi, si riappropriano del protagonista, inducendolo a interrogarsi sul senso delle sue origini e della sua identità. Il ritorno si trasforma anche in una ricerca appassionata condotta nel segno della misteriosa E di Delfi, antico simbolo della religione apollinea dal significato tuttora oscuro, in cui si cristallizzano tutti gli interrogativi del protagonista.

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Elias Canetti, La lingua salvata, Milano, Adelphi, 1980

Fin dal suo apparire, nel 1977, questa «storia di una giovinezza» è stata accolta da molti come un «classico immediato», uno di quei libri destinati a restare, che coinvolgono profondamente ogni specie di lettori. Con la sua prosa limpida, tesa, vibrante in tutti i particolari, Canetti è qui risalito ai suoi ricordi più remoti, cercando di ritrovare nella propria vita quella difficile verità che solo il racconto può dare. Dopo aver vagato per decenni fra migliaia di miti, di fiabe, di trame, si è rivolto a quell’unica storia che per ciascuno di noi è la più segreta ed enigmatica: la propria.

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Gabriella Ghermandi, Regina di fiori e di perle, Roma, Donzelli, 2007

Debre Zeit, cinquanta chilometri da Addis Abeba, 1980; una grande famiglia patriarcale; un legame speciale tra l'anziano e la più piccola di casa. Lui la conosce meglio di chiunque altro: la guarda negli occhi, mentre lei divora le storie che lui le narra. Così, un giorno si mette a raccontarle del tempo degli Italiani, venuti ad occupare quella terra, e degli Arbegnà, i fieri guerrieri che li hanno combattuti, di cui lui ha fatto parte. Quel giorno la bimba fa una promessa: da grande andrà nella terra degli Italiani e si metterà a raccontare. Un lungo viaggio nel tempo e nello spazio, in cui scorrono la vita e le vicissitudini di una famiglia etiope nel periodo della dittatura di Mengistù Hailé Malram.

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Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Torino, Einaudi, 2010

"Lessico famigliare" è il libro di Natalia Ginzburg che ha avuto maggiori e più duraturi riflessi nella critica e nei lettori. La chiave di questo romanzo è delineata già nel titolo. Famigliare, perché racconta la storia di una famiglia ebraica e antifascista, i Levi, a Torino tra gli anni Trenta e i Cinquanta del Novecento. E Lessico perché le strade della memoria passano attraverso il ricordo di frasi, modi di dire, espressioni gergali. Scrive la Ginzburg: "Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c'incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase, una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire 'Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna' o 'De cosa spussa l'acido cloridrico', per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole".

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Anilda Ibrahimi, Il tuo nome è una promessa, Torino, Einaudi, 2017

Una foto con due bambine dalle lunghe trecce, dietro il mare. È quello che resta a Abigail della sua famiglia. La Storia l'ha divisa da sua sorella Esther, e l'Albania che l'ha accolta generosamente quand'era in fuga dalla Germania nazista è diventata poi la sua prigione. Mezzo secolo dopo, a Tirana arriva Rebecca. Fugge da un matrimonio in crisi, ma forse vuole ricomporre il suo album di famiglia ricostruendo la storia che sua madre Esther non le ha mai davvero raccontato.
Nella vita di Rebecca la fuga a un certo punto è l'unica trama possibile. Il suo matrimonio con Thomas probabilmente è arrivato al capolinea, meglio non assistere alla consunzione dell'amore. Per questo accetta l'incarico dell'organizzazione internazionale per cui lavora: destinazione Tirana. Non è mai stata in Albania, ma di quel paese sa molte cose. Sa per esempio che l'ospite è sacro e che la parola data viene presa seriamente. Quello infatti è il paese che ha dato ospitalità a sua madre Esther in fuga dalla Berlino nazista, il paese che le ha salvato la vita. Ma proprio nell'Albania di re Zog, che accoglieva gli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, Esther ha perso sua sorella Abigail – catturata dai nazisti e deportata a Dachau. E quello strappo mai ricucito è ancora troppo doloroso per essere raccontato. Ad accoglierla a Tirana, Rebecca trova un ragazzo dalla voce rauca ma che con le parole sa fare vertiginosi ricami: Andi sarà il suo assistente, e forse qualcosa di piú. Rebecca farà cosí i conti col passato della sua famiglia ma anche con Thomas, che la raggiungerà per provare a dare un nuovo corso alla loro storia. Sarà proprio lui, fotografo di fama, a riannodare i fili di quelle vite spezzate ricostruendo in un documentario le vicende degli ebrei salvati da re Zog, e delle due sorelle Esther e Abigail.

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Ferenc Karinthy, Epepe, Milano, Adelphi, 2015

Ci sono libri che hanno la prodigiosa, temibile capacità di dare, semplicemente, corpo agli incubi. "Epepe" è uno di questi. Inutile, dopo averlo letto, tentare di scacciarlo dalla mente: vi resterà annidato, che lo vogliate o no. Immaginate di finire, per un beffardo disguido, in una labirintica città di cui ignorate nome e posizione geografica, dove si agita giorno e notte una folla oceanica, anonima e minacciosa. Immaginate di ritrovarvi senza documenti, senza denaro e punti di riferimento. Immaginate che gli abitanti di questa sterminata metropoli parlino una lingua impenetrabile, con un alfabeto vagamente simile alle rune gotiche e ai caratteri cuneiformi dei Sumeri - e immaginate che nessuno comprenda né la vostra né le lingue più diffuse. Se anche riuscite a immaginare tutto questo, non avrete che una pallida idea dell'angoscia e della rabbiosa frustrazione di Budai, il protagonista di "Epepe". Perché Budai, eminente linguista specializzato in ricerche etimologiche, ha familiarità con decine di idiomi diversi, doti logiche affinate da anni di lavoro scientifico e una caparbietà senza uguali. Eppure, il solo essere umano disposto a confortarlo, benché non lo capisca, pare sia la bionda ragazza che manovra l'ascensore di un hotel: una ragazza che si chiama Epepe, ma forse anche - chi può dirlo? - Bebe o Tetete.

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Jonas Hassen Khemiri, Una tigre molto speciale: (Montecore), Parma, Guanda, 2009

Jonas Hassen Khemiri ha appena pubblicato con successo il suo primo romanzo quando viene contattato via e-mail da un amico d'infanzia del padre, Abbas Khemiri, un tunisino emigrato tanti anni prima in Svezia, diventato un famoso fotografo e poi tornato al paese d'origine per la difficoltà di adattarsi a una vita tanto diversa dalle sue usanze. Inizia così tra i due uno scambio epistolare che vede contrapporsi anche stilisticamente il tunisino con il suo linguaggio sgrammatico, iperbolico, enfatico, cerimonioso, al giovane scrittore razionale, pragmatico, lineare, che verso quel padre prova soprattutto il rancore di chi è stato abbandonato, il disprezzo per chi, in un disperato tentativo di integrazione, è arrivato a negare e nascondere le sue origini, mentre lui, Jonas, svedese per metà, lotta per i diritti degli emigranti. E lo scambio di e-mail diventa il racconto della vita di Abbas,
di una difficile, per non dire impossibile, integrazione in un Paese dominato dal razzismo, negli anni Settanta e Ottanta, un racconto condotto con ironia e malinconia, che scende in profondità nelle mentalità dei due protagonisti, nei due paesi, nelle due lingue e nel conflitto tra un padre e un figlio che, da una partenza comune, scelgono di schierarsi da parti opposte. In definitiva, come ha di recente dichiarato l’autore il linguaggio qui diventa “uno strumento di ribellione. […] Una tigre molto speciale mette in scena una sorte di guerra linguistica, in cui un padre e un figlio lottano attraverso le loro interpretazioni e le loro parole” (dall’intervista di Sara Lanfranchini, pubblicata su L’Indice dei libri del mese, n. 3 (marzo), 2018, p. 16).

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Pap Khouma, Nonno Dio e gli spiriti danzanti, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2005

Un giovane uomo torna nella sua Africa, in un paesino immaginario in pieno Sahél, dopo sette anni di assenza. Ritrova una moglie dimenticata, un figlio mai conosciuto, una madre amatissima, i ricordi dell'infanzia. Ma anche un mondo di cui non riconosce più i meccanismi: ormai cittadino d'Europa, fatica a riconoscere l'Africa delle guerre e del sangue, degli amori, dei riti magici e dei mangiatori d'anime. Né il senso religioso, né la dimensione magica gli appartengono più. Pap Khouma, senegalese di nascita, milanese d'adozione, è giornalista e scrittore. Dopo molti anni torna con questo romanzo alla narrativa. Oggi è direttore della rivista on-line di letteratura della migrazione "El-Ghibli".

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Gabriella Kuruvilla, Milano, fin qui tutto bene, Roma, Bari, Laterza, 2012

Fruttivendoli e internet point cingalesi, ristoranti e alimentari sudamericani, macellerie e kebab arabi, centri-massaggi e incasinatissimi bazar di cinesi multitasking dove tra cellulari e computer trovi anche delle parrucche, se il taglio a 8 euro del negozio accanto non è proprio un capolavoro: siamo in via Padova, in viale Monza, in via Sarpi, in piazzale Corvetto, all'Isola e in Porta Venezia. Siamo a Milano, città del nuovo millennio, che non è "Parigi, dove paghi di più ma puoi fermarti al tavolino quanto vuoi. Siamo a Milano, dove tutto se fa de pressa: velocemente". Siamo in giro con Anita, Samir, Stefania, Tony, Gioia, Pietro, Laura e Lejla, tra panchine e bar dove anche gli incontri e gli amori vanno di corsa.

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Jhumpa Lahiri, In altre parole, Guanda, 2016

Questa è la storia di un colpo di fulmine, di un lungo corteggiamento, di una passione profonda: quella di una scrittrice per una lingua straniera. Jhumpa Lahiri è una giovane neolaureata quando visita per la prima volta Firenze; appena sente parlare l'italiano capisce che le è stranamente familiare, che le è necessario e deve apprenderlo. Non sa spiegarsi il perché di un simile, repentino bisogno, ma sa che farà di tutto per soddisfarlo. Dapprima prova a studiare l'italiano nella sua città, New York, con una serie di insegnanti private, ma non basta. Anche le brevi visite successive, a Mantova, Milano, Venezia, non la appagano: vuole immergersi completamente nella realtà della nuova lingua. Si trasferisce a Roma, con tutta la famiglia. E lì comincia la vera avventura, fatta di slanci, entusiasmo e insieme di difficoltà ed estraniamento. "In altre parole" è il primo libro che nasce direttamente in italiano da un'autrice di madrelingua bengalese che ha sempre parlato e scritto in inglese. È la testimonianza di un tenace percorso di scoperta e di apprendimento e di un obiettivo, raggiunto, di potenza e fluidità espressiva, ancora più preziosa perché conserva tra le righe l'eco affascinante di una distanza, quella che sempre ci separa dall'oggetto d'amore: la distanza impercettibile e infinita del desiderio. Tutti i capitoli che compongono il libro, tranne l'ultimo, sono stati precedentemente pubblicati, in una prima versione sotto forma di articoli, su "Internazionale".

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Amara Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, Roma, e/o, 2006

Una sapiente miscela di satira di costume e romanzo giallo imperniato su una scoppiettante polifonia dialettale di gaddiana memoria (il Pasticciaccio sta sullo sfondo segreto della scena come un nume tutelare), la piccola folla multiculturale che anima le vicende di uno stabile a piazza Vittorio sorprende per la verità e la precisione dell'analisi antropologica, il brio e l'apparente leggerezza del racconto. A partire dall'omicidio di un losco personaggio soprannominato "il Gladiatore", si snoda un'indagine che ci consente di penetrare nell'universo del più multietnico dei quartieri di Roma: piazza Vittorio. L'autore, algerino di nascita e romano d'adozione, aveva pubblicato questo romanzo in Algeria con il titolo "Come farsi allattare dalla lupa senza che ti morda", riscrivendolo poi in italiano con l'attuale titolo.

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Tahar Lamri, I sessanta nomi dell'amore, Napoli, Mangrovie, stampa 2009

Un libro sulle parole questo, nel quale si percepisce un'attenzione particolare e speciale nella scelta dei vocaboli; leggendolo ci si ritrova in cammino verso le parole, parole d'amore, parole d'incontro, capaci anche di costruire un ponte tra culture lontane. Il vertiginoso amore di Elena e Tayeb si intreccia con i racconti che l'autore ci regala, storie che si portano addosso il profumo intenso e speziato del vento nordafricano e che sono una dichiarazione d'amore nei confronti della nostra lingua, l'italiano che Lamri ha scelto di abitare, che è diventato l'universo linguistico nel quale raccontare e raccontarsi.

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Elena Lappin, In che lingua sogno?, Torino, Einaudi, 2017

Nata a Mosca nel 1954 (un anno dopo la morte di Stalin); cresciuta a Praga (intorno allo spartiacque del 1968) e poi ad Amburgo (dove matura la prima consapevolezza di essere ebrea); compiuti gli studi a Tel Aviv (negli anni a cavallo fra la Guerra del Kippur e quella del Libano); divenuta madre per la prima volta a Ottawa, la seconda ad Haifa e nello stato di New York la terza; approdata come scrittrice ed editor a Londra, Elena Lappin è un perfetto esempio di espatriata in perenne movimento geografico e umano. Questo suo memoir è dunque storia privata e famigliare (e le famiglie nel suo caso sono plurali), ma in un certo senso anche dell'Europa nella seconda metà del Ventesimo secolo. Linguistica è la domanda che Lappin si pone nel titolo, e che altre ne sottintende: in che lingua parlo, penso, amo? In che lingua vivo? Infine, in che lingua scrivo? E linguistici sono gli strumenti con cui prova a darsi risposta. Svariati idiomi scandiscono la sua infanzia, l'adolescenza, lo studio, gli affetti, gli amori, il lavoro, lo sguardo. Si affiancano l'uno all'altro, sommandosi fino a diventare il suo patrimonio genetico, il luogo stesso della sua esistenza. […]

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Mihai Mircea Butcovan, Allunaggio di un immigrato innamorato, Nardo, Besa, c2006

Al giovane rumeno Mihai, emigrato dal paese del conte Dracula e del regime di Ceausescu, non poteva capitare niente di più arduo che vivere a Milano e innamorarsi della bella Daisy, una giovane leghista militante, figlia devota di una ricca famiglia brianzola. La love story finisce male. Deluso dalla comica e disperata esperienza sentimentale nella quale ha investito gran parte dei propri sogni, Mihai, dopo avere ricevuto da Daisy una rocambolesca missiva infarcita di velenose recriminazioni, le risponde con un racconto in forma di diario. "Allunaggio di un immigrato innamorato" è la stralunata avventura d'amore di un migrante ironico e consapevole di sé e della realtà storica e sociale del proprio paese.

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Emine Sevgi Ozdamar, Il ponte del corno d’oro, Milano, Ponte alle grazie, 2010

Questo è il viaggio coraggioso di una viandante fra due mondi, una giovane turca che vuol fare l'attrice e non trova altro modo, per pagarsi la scuola di recitazione, che emigrare in Germania. E vergine, sprovveduta, non sa una parola di tedesco, ma è curiosa, caparbia, intelligente e decisa a farcela. La sua storia, intensa, dolcissima, divertente, è l'arguto racconto di una ragazza che rifiuta di mettere la testa a posto, della sua passione per il teatro, il cinema, la poesia, la politica, di un periodo incredibile vissuto tra Berlino e Istanbul alla fine degli anni sessanta. Attingendo a una grammatica tutta interiore, che scardina le regole per dar vita a un idioma speciale, potentemente suggestivo e cadenzato, Emine Sevgi Özdamar compone nella sua nuova lingua madre, il tedesco, un vero e proprio inno alla tolleranza. Costruendo quel ponte ideale che unisce culture tra loro distanti, quella occidentale e quella orientale, l'autrice sottolinea il privilegio di poter contare su due lingue e due paesi, perché "due lingue sono due persone".

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Igiaba Scego, Oltre Babilonia, Roma, Donzelli, 2008

Zuhra vive a Roma, fa la commessa in una mega libreria e parla romanesco. Ma la lingua a tratti s'inceppa, perché la sua radice è somala e la sua pelle è nera. Anche Mar è romana e nera, di madre argentina e padre somalo. Non si conoscono, ma entrambe partono per Tunisi a imparare l'arabo, lingua delle origini. Si avvia così una storia vorticosa in cui si mescolano linguaggi, epoche, suggestioni di tre paesi, Italia, Somalia e Argentina. Dalla Roma multietnica di oggi alla Buenos Aires anni settanta, dalla Mogadiscio tumultuosa degli ultimi vent'anni a quella dell'epoca coloniale e dell'indipendenza. A dipanarsi in questi luoghi è il filo di un racconto che passa di bocca in bocca: da Zuhra a Mar, da Maryam a Miranda, le loro madri, e a Elias, il padre di cui niente sanno e che le ha rese a loro insaputa sorelle. Un coro di voci che pagina dopo pagina invita a scoprire se Zuhra ritroverà i colori che non vede più da quando era bambina, se Maryam riuscirà a incidere su quel vecchio registratore le gioie e i rimpianti del suo amore perduto, se Elias saprà spiegare la sua smania di infondere l'Africa nelle stoffe e negli abiti che ne fanno uno stilista di grido. E poi Howa, Bushra, Majid, la Flaca e i cento personaggi che popolano questa Babilonia del terzo millennio.

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Laila Wadia, Amiche per la pelle, Roma. E/O, 2007

Via Ungaretti, nel centro storico di Trieste, è una strada immaginaria "dimenticata sia dal sole sia dal Comune". La casa è abitata da quattro famiglie di immigrati, cinesi, indiani, bosniaci, albanesi, ansiosi di integrarsi nella città d'adozione. Il romanzo parla di quattro straniere alle prese con l'apprendimento della cultura e della lingua italiana, così ardua da sembrare quasi "inventata per scoraggiare l'integrazione". Con fatica e con alcuni buffi scivoloni, le donne cercano di costruire una rete di amicizie perché unite si è più forti e insieme si può cercare di respingere la spada di Damocle di un imminente sfratto.

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Feridun Zaimoglu, Leyla, Milano, Il Saggiatore, 2007

Una storia dei vecchi tempi, che non è una vecchia storia. Inizia negli anni cinquanta in un paesino dell'Anatolia, in un cortile dove Leyla raccoglie sassolini tondi, i suoi tesori. Inizia con il ritorno a casa del padre, il Padrone che nell'ora della follia semina il terrore in famiglia, un principe ceceno in braghe di pigiama che non sa tenersi neppure il lavoro da ferroviere. A Leyla insegnano "a non sentire e a non vedere niente, a girare la testa e a non capire". Le sorelle più grandi le parlano di modestia, di rassegnazione; i fratelli maschi tentano vie diverse per una ribellione forse impossibile. Ma Leyla trova rifugio nella sua dolcissima madre, nell'amicizia delle compagne di scuola, nei consigli delle donne nell'hammam. Sarà Istanbul, la grande città fatta di tanti piccoli nidi, di tante piccole città, a segnare il primo passo verso il futuro, la fuga dalla miseria. Mentre le altre ragazze aspettano di essere scelte, Leyla decide di scegliere - con fatica, ironia, caparbietà - l'uomo che la porterà via dall'oppressione del padre, e poi ancora più lontano, a tentare fortuna in terra straniera. Feridun Zaimoglu rende omaggio alla generazione delle madri e racconta una doppia migrazione: dalla Turchia alla Germania, dalla sottomissione alla libertà. Una saga familiare che restituisce il "tono femminile" di mille storie tristi da cui si sprigiona, quasi per magia, uno sconfinato ottimismo.

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Lingua e identità

Immergersi in una lingua significa un po’ indagarne il rapporto con la cultura che l’ha partorita, con la comunità che la parla, recuperando nel tempo le fondamenta di un sistema comunicativo e identitario fatto di forme, segni, suoni, strutture.

Per una riflessione su questi argomenti, sono di seguito presentati alcuni studi su questioni generiche di filosofia e teoria della lingua, testi specifici di storia della lingua italiana, di linguistica applicata e approccio all’espressione, pubblicazioni su evoluzioni del lessico e del linguaggi.

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Annalisa Andreoni, Ama l'italiano: segreti e meraviglie della lingua più bella, Milano, Piemme, 2017

Elegante, musicale, armoniosa, dolce, piacevole, seducente: per chi ci guarda da fuori, la nostra è la lingua più bella del mondo, tanto da farne la quarta più studiata tra le lingue straniere. Gli italiani, invece, tendono a darla per scontata, ignorando forse che le parole che ancor oggi utilizziamo hanno una storia antica e nobile. È un gran privilegio parlare d'amore, sognare e persino imprecare con le stesse parole di Dante e degli altri grandi della nostra letteratura. Dovremmo emozionarci sapendo di poter passare con facilità da un sonetto di Petrarca a una poesia di Alda Merini, da Ariosto al Fantozzi di Paolo Villaggio, dai poeti siciliani ai testi di Vasco Rossi. Le altre lingue europee non offrono questa opportunità. Avere come strumento per esprimersi l'idioma che ha segnato nel mondo la musica, le arti, la scienza, il canto dovrebbe riempirci di ammirazione e orgoglio, e darci la misura delle nostre potenzialità. Da un'italianista appassionata, una dichiarazione d'amore in
otto passeggiate tra i tesori della nostra lingua, da Boccaccio alla "supercazzola" di Amici miei, da Galileo a Benigni, per innamorarsi, o reinnamorarsi, della "lingua degli angeli", nella definizione di Thomas Mann. L'italiano ricambierà, regalando godimento, fascino, sicurezza in sé stessi e nelle proprie idee. E tutte le parole per le cose più belle della vita.

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Giorgio Francesco Arcodia e Caterina Mauri, La diversità linguistica, Roma, Carocci, 2016

Le lingue del mondo sono oltre 7.000, anche se non tutte godono di ottima salute. Le loro proprietà strutturali mostrano una variazione non casuale ed è possibile individuare alcuni comportamenti ricorrenti, se non addirittura "universali". Tuttavia, il modo in cui le lingue possono variare resta il dato che, più ancora delle somiglianze osservate, stimola nuovi interrogativi di ricerca. Lo scopo del volume è aprire una finestra su tale diversità linguistica, mostrando quanto e come ciò che siamo soliti osservare da una prospettiva "eurocentrica" possa improvvisamente apparire raro e strano, se confrontato con lingue distanti genealogicamente e geograficamente.

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Gian Luigi Beccaria, L'italiano che resta: le parole e le storie, Torino, Einaudi, 2016

Con garbo nella scrittura e rigore nell'indagine, Gian Luigi Beccaria ci accompagna tra le pieghe delle parole, sottolineando l'elemento permanente di quell'organismo mutevole che è una lingua. Della nostra, rileva il filo rosso dell'eredità classica che ne ha foggiato la consistenza stilistica. Sino a ieri la lingua letteraria procedeva attraverso libri fatti coi libri; ora lo scrittore fa di meno i conti con la tradizione: cinema, televisione, l'oralità, determinano la sensibilità generale verso la scrittura. Si osserva un evidente processo di "mondializzazione", che sembra uniformarsi verso standard universali riconoscibili ovunque. L'autore sviluppa anche il tema della bellezza intrinseca che possiedono le parole "abbandonate", ma soprattutto affronta polemicamente punti chiave della vita civile attuale: gli slogan, il deteriorarsi della vita politica, i problemi della scuola e degli studi umanistici, le nostre provinciali inclinazioni esterofile, la crisi della lettura attenta e consapevole.

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Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre: italiano e inglese nel mondo globale, Bologna, Il mulino, 2015

L'Italia vive da tempo una questione della lingua che tocca problemi d'identità e orgoglio nazionali. Ma il dominio dell'inglese è ormai un dato di fatto. Il linguaggio quotidiano ne fa un uso disinvolto e invasivo, mentre sempre più numerosi sono i corsi universitari tenuti in lingua inglese. Che cosa implica per il nostro patrimonio culturale l'ascesa dell'inglese come lingua veicolare? Un destino di subalternità? O viceversa l'opportunità di un arricchimento? Sul tema discutono uno storico contemporaneo e un italianista. Il primo prende atto del tramonto delle lingue nazionali come lingue scientifiche, ma coglie in questo processo anche la possibile, vitale affermazione di un plurilinguismo europeo. Il secondo difende con vigore l'uso dell'italiano a tutti i livelli, come dispositivo utile a promuovere una comunicazione diffusa e non solo d'élite.

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Maurizio Dardano, La lingua della nazione, Roma, Bari, GLF editori Laterza, 2011

"Siamo nell'istituto di romanistica di un'università tedesca: i ragazzi e le ragazze della foto sono nati in Germania, sono di nazionalità tedesca; ma ciascuno di loro ha un genitore italiano. E questo fa la differenza. Per lo sport siamo italiani, mi dice Sara, padre italiano, madre tedesca. E se giocassero Italia e Germania?, aggiungo io, per chi faresti il tifo? Per l'Italia, risponde, sono tedesca, ma lo sport è un'altra cosa... Eh, per me sarebbe un problema, fa Till, non saprei scegliere; per me sarebbe un problema... Ecco da qui può cominciare il nostro discorso: dall'incertezza di Till sulla squadra da sostenere. Anche questo è un problema d'identità. Identità, una parola magica, al centro di problemi reali, ma anche di chiacchiere vane che non portano a nulla." In questo agile volume Maurizio Dardano affronta il tema complesso dell'identità italiana a partire dal rapporto con la propria lingua. Dall'incontro con altre lingue all'influsso dei media, dalle storie di chi è migrante alla ricostruzione di alcuni momenti della nostra storia in cui l'identità della lingua italiana si è affermata e consolidata oppure, attenuandosi, ha cercato nuovi obiettivi. Un percorso che incontra anche i problemi della società di oggi, alcuni apparentemente distanti dal tema e che invece hanno molto da dirci: la scuola e le sue inadeguatezze, l'autoreferenzialità dei media, i paroloni dei politici e le parolacce che tutti usiamo, il bullismo giovanile, le stravaganze degli opinionisti...

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Tullio De Mauro, La fabbrica delle parole, Torino, UTET, 2005

La redazione di un dizionario è un osservatorio privilegiato per analizzare in modo scientifico una lingua, evitando discorsi approssimativi e poco fondati. Nella "fabbrica" del dizionario tutti i dati sono a disposizione. Basta estrarli intelligentemente e intelligentemente commentarli (ed è questo che De Mauro fa) per vedere formarsi sotto i propri occhi una sorta di fotografia dell'Italiano Contemporaneo, anzi un filmato di tutta la storia della nostra lingua. Perché solo partendo da un "filmato", ricomponendo cioè una dimensione storica, è possibile dire cose nuove ed equilibrate su tanti temi spesso toccati in modo scandalistico.

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Tullio De Mauro, Parole di giorni lontani, Bologna, Il mulino, 2006

Nella Napoli degli anni 1930-1940 un bambino fa il suo ingresso nel mondo della lingua e delle parole. Figlio di buona famiglia, colta e borghese, attorniato da fratelli e sorelle più grandi, impara pian piano la difficile arte della lettura compitando uno per uno i caratteri stampati sul dorso dei libri della biblioteca di casa. Con scrittura lieve, De Mauro ricorda in queste pagine la propria iniziazione linguistica, lasciando tralucere alcuni temi portanti delle riflessioni del linguista adulto: dalla centralità della scuola nella promozione dell'eguaglianza culturale al rapporto tra condizione economica, istruzione e cultura linguistica.

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Tullio De Mauro, Parole di giorni un po’ meno lontani, Bologna, Il mulino, 2012

Nel dicembre del 1942 un bambino di dieci anni si trasferisce con la famiglia da Napoli a Roma. La capitale vive i giorni più drammatici della guerra, ma per quel bambino è l'inizio di una nuova vita e la scoperta di una città meravigliosa, nella quale procede a grandi passi verso l'età adulta. Muovendo ancora una volta dalla memoria di una singola parola, di un dialogo, di un discorso, Tullio De Mauro rievoca una stagione intera della propria vita e della nostra storia. È un racconto fatto di intimità familiare, con il ricordo tenero e ammirato del fratello Mauro; di scelte politiche, dal fascismo infantile alla scoperta delle ragioni della parte democratica; di incontri decisivi, nel campo degli studi come in quello dell'amore.

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Nicola Grandi [a cura di], Dialoghi sulle lingue e sul linguaggio, Bologna, Pàtron, 2011

La parola che ricorre con maggior frequenza in questo volume è diversità: diversità genetica, culturale, comunicativa, di habitat ed ecosistemi, ecc. E, naturalmente, diversità linguistica. Diversità nella sostanza, dunque. Ma anche nella forma: nei saggi che compongono il volume, infatti, la linguistica e altre discipline, alcune solo apparentemente non ‘affini’ ad essa, si aprono al dialogo e al confronto, per far luce, proprio attraverso la diversità di punti di vista e prospettive, attraverso la condivisione di dati e interrogativi, su alcune questioni cruciali nell’attuale dibattito interno alle scienze del linguaggi l’origine del linguaggio e delle lingue, la loro evoluzione nel corso del tempo, il rapporto tra diversità linguistica e biodiversità, ecc. La linguistica non è una scienza sperimentale; non può, cioè, riprodurre in laboratorio, artificialmente, l’oggetto del suo studio. Ma la ricerca multidisciplinare può sostituire, a volte, l’uso di esperimenti. Si possono trovare dati e conferme abbandonando la strada maestra e avventurandosi lungo sentieri solo all’apparenza secondari. La sfida affascinante che si pone di fronte alla linguistica è quella di saper preservare il proprio status di scienza autonoma anche, e soprattutto, attraverso il dialogo con altri ambiti del sapere. Lo scopo di questo volume è di raccogliere, e rilanciare, questa sfida.

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Giulio Soravia, Le lingue del mondo, Bologna, Il mulino, 2014

Nell'offrire un panorama sintetico e ragionato della situazione linguistica del mondo, il libro fa ordine nell'intrico delle circa 7.000 lingue parlate nel pianeta e ne chiarisce le numerose funzioni. Si illustra la loro strutturazione e si forniscono elementi utili alla loro catalogazione, su base sia genealogica sia tipologica. Una costante attenzione è dedicata al ruolo imprescindibile che lo strumento linguistico svolge nella comunicazione e nella comprensione interpersonale.

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Pietro Trifone [a cura di], Città italiane, storie di lingue e culture, Roma, Carocci, 2015

L'Italia delle cento città merita un disegno della propria esperienza linguistica fondato sulla prospettiva urbana, nel solco di una storiografia consapevole dell'antico e perdurante policentrismo nazionale. Proprio nelle città, più che nelle regioni, tale realtà multiforme trova i suoi maggiori punti di gravitazione, i più vivaci agenti dinamici, l'inesauribile fucina delle vecchie e nuove identità. Tratteggiando le vicende di sette grandi poli urbani - Torino, Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Palermo -, il libro intende valorizzare il ruolo svolto dalle città nella storia linguistica italiana.

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Leggere, scrivere, parlare, giocare

Dalle forme più arcaiche dell’indovinello e dello scioglilingua a quelle più moderne del rebus e del cruciverba, tipiche espressioni della tradizione popolare, l’impiego che scopriamo della lingua è anche puramente ludico, fondato su un preciso universo culturale di riferimento e costruito su quesiti e ipotesi di soluzioni, allusioni e rapporti di rimando tra segni e significati, salti logici e strutture raggirate. Ne scrivono noti enigmisti che a giocar con le parole hanno dedicato una vita.

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Stefano Bartezzaghi, L’orizzonte verticale, Torino, Einaudi, 2007

Presente da quasi un secolo su tutti i giornali del mondo, assente da qualsiasi storia del giornalismo, del costume, della lingua, il cruciverba è l'inavvertito elefante che siede nel salotto della comunicazione del Novecento. Molti lo ritengono più antico di quello che è: eppure non poteva che nascere nella New York degli anni Dieci, contemporaneamente a tutto ciò che ha costituito l'orizzonte del moderno, dalla catena di montaggio al cubismo, dal giornalismo dei reportage alla musica jazz. Vuoto, il cruciverba è una griglia ortogonale di caselle; pieno, è un caleidoscopio alfabetico in cui si frammentano e si ricompongono le parole della lingua e i nomi del mondo, dando la possibilità ai lettori di verificare le proprie conoscenze in una sfida con se stessi, circoscritta a una percorrenza in metropolitana o a una sosta in poltrona durante il weekend. La storia del cruciverba è un romanzo. I suoi personaggi sono tutti straordinariamente eccentrici (e apparentemente tutti "normali"), i suoi dialoghi collegano definizioni indiziarie e soluzioni congetturali, la sua ambientazione è la metropoli, con i suoi giornali, i suoi grattacieli, i suoi mezzi di trasporto.

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Stefano Bartezzaghi, Parole in gioco: per una semiotica del gioco linguistico, Milano, Bompiani Overlook, 2017

Non c'è lingua e non c'è epoca in cui non si sia giocato con le parole: troviamo giochi di parole nei testi più solenni di religioni, letterature, filosofie. Sono una dimensione comune a tutti: dagli analfabeti ai premi Nobel. Ed è proprio dalla classicità e dal folklore che la cultura di massa ha ripescato le più curiose ed enigmatiche combinazioni linguistiche per adattarle alla contemporaneità. Dall'enigmistica alla pubblicità, dalla satira ai tweet, la lingua mette in gioco le parole in modo che ci avvincano ancora prima che convincerci. In queste pagine Stefano Bartezzaghi ci spiega la natura di queste scintille dell'intelligenza e ci invita ad appropriarcene.

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Simone Beta, Il labirinto della parola: enigmi, oracoli e sogni nella cultura antica, Torino, Einaudi, 2016

Un uomo cammina lungo una strada scavata nei fianchi di una montagna. Il suo nome è Edipo. Forse ancora non lo sa, ma sta per affrontare un mostro, la Sfinge, che pone a tutti un enigma. Chi non lo risolve, morirà; chi lo risolve, diventerà re di Tebe. Comincia così una delle storie più famose della mitologia antica, la contesa fra Edipo e la Sfinge, destinata a concludersi con la sconfitta - e con la morte - di quest'ultima. L'enigma della Sfinge è molto famoso, ma non è certo l'unico nella storia della cultura antica, perché i Greci e i Romani amavano molto gli enigmi, e non sono pochi i personaggi che hanno a che fare con un quesito da risolvere, a partire dal poeta Omero, che proprio a causa di un enigma non risolto trovò la morte sulle spiagge dell'isola di Ios. In questo libro vengono messi in luce i complessi meccanismi dell'enigma, vera e propria metafora dell'esistenza umana, a partire dai suoi rapporti sotterranei, quasi subliminali, con la vita e la morte. Ma queste misteriose modalità espressive, comuni tanto agli enigmi "seri" quanto agli indovinelli "scherzosi" che venivano proposti durante i banchetti e che potevano assumere le forme piú svariate (compresi i giochi di parole della moderna enigmistica), erano anche tipiche del modo oscuro col quale le divinità comunicavano con gli uomini. I messaggi criptati degli dèi ne riproducevano infatti le medesime strutture linguistiche e logiche.

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Francesca Cocco, L’italiano dei cruciverba, Roma, Carocci, 2012

Come sono costruite le definizioni enigmistiche e in che modo si riferiscono, o alludono, alle parole-soluzione? Quali peculiarità si possono riscontrare nel linguaggio delle parole crociate? Insomma, come parlano i cruciverbisti? Nel rispondere a queste domande, il testo indaga le principali strutture del linguaggio dei cruciverba e i meccanismi che sono alla base del gioco. Arricchito da numerosi esempi, il libro rivela l'esistenza di un codice, tacito e deducibile dalla stessa pratica enigmistica, che permette al solutore di decifrare anche le definizioni meno piane.

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Giampaolo Dossena, Il dado e l’alfabeto: nuovo dizionario dei giochi di parole, Bologna, Zanichelli, 2004

Giampaolo Dossena presenta in ordine alfabetico i principali temi e concetti della ludolinguistica

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Simone Fornara, Francesco Giudici, Giocare con le parole, Roma, Carocci, 2015

Oggi più che mai è necessario trovare strategie didattiche coinvolgenti per le nuove generazioni. La ludolinguistica è una di queste: fondata su una rigorosa conoscenza del linguaggio e dei suoi meccanismi, permette di imparare come funzionano le parole e i testi senza avvertire il peso dell'apprendimento. Il libro propone una serie di spunti e di giochi linguistici adattabili a ogni contesto, dalla scuola primaria in avanti, senza escludere il lettore adulto che voglia osservare il linguaggio da una prospettiva diversa.

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Monica Longobardi, Vanvere: parodie, giochi letterari, invenzioni di parole, Roma, Carocci, 2011

Traduzioni a orecchio di lingue inventate e poesie balbuzienti; fanfaluche antidotate rabelaisiane e l'incantevole vaniloquio di Burchiello; pseudoetimologie e poesie del senso perso; Manzoni farcito e l'Inferno par ridar. Lo sbrigliato scilinguagnolo del BlaBlaBla. E che dire di tutta quella scienza inutile e grottesca, tutti quei lunatici, quegli ig-Nobeli scienziati? Che ci fa la progenie di Età Beta, di Archimede pitagorico con le "laboriose inezie" dei bricolagisti (l'incudine pieghevole da viaggio, l'ombrello concavo per paesi aridi)? E quella centuria di ricette spiccate dall'Artusi, manomesse sino al rivoltante gelato di lumache; irrise da un esperto Esperto livornese ("lo soffrigga con sdegno"); anagrammate da enigmisti in gastronomici simposi ("A chi servire la Cicala ascetica, il Gallo distinto, l'anitra valdese e la Piccola sottilissima trota ignara? È un menù per vergini?"). E le ricette pensate per gli animali del Physiologus (la Chimera, ipocalorica, per diete severe)? La promessa è ridere, sorridere e divertirsi.

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Sulla traduzione: la bella infedele?

Conclude il percorso un piccolo tributo alla traduzione, cioè a quell’attività letteraria di traslazione da una lingua a un’altra di testi e documenti che contribuisce alla diffusione delle opere e alla trasmissione del sapere. Da ancella della letteratura a disciplina di studio, ha nel tempo guadagnato dignità, per impeto di un certo mondo academico, inglese e americano in primo luogo. I libri sotto indicati conducono il lettore a familiarizzare con questioni legate al metodo e allo stile nel gioco di passaggio dal punto di partenza a quello di approdo: rigore e libertà, rispetto e adattamento di lessico, ritmo e spirito del tempo.

 

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Susanna Basso, Sul tradurre: esperienze e divagazioni militanti, Milano, Mondadori, 2010

Tradurre è una forma di lettura, o di ascolto, ad alta intensità. Implica attenzione per il ritmo della scrittura, per i caratteri stilistici più riposti, per indizi infinitesimali, per simmetrie, opposizioni, enigmi, reticenze e bugie. Questo libro sul tradurre è un diario, un manuale, una resa dei conti, una collezione di storie. Entra nel lavoro quotidiano del traduttore (di un traduttore d'eccezione) e, partendo da rituali privatissimi (inseguire il testo completo di poesie delle quali è citato un solo verso, ricostruire in dettaglio lo svolgimento di una battaglia di cui occorreva controllare solo la data), parla di esperienze che lasciano il segno e di (provvisori) segreti di bottega; analizza zone tradizionalmente ostiche del tradurre (dialoghi, incipit, enigmi); racconta senza sentimentalismo l'incontro coi testi (l'invidia è un motore positivo); pratica il confronto con le versioni altrui (strumento per misurare, come in uno specchio, il proprio personale processo di manipolazione del testo). Questo è un libro che parla, ostinatamente, non di scrittori, ma di scritture. E concede, solo nell'Appendice, una galleria di ritratti (tra gli altri, Alice Munro e Ian McEwan): piccole storie di incontri mai dimenticati, che restituiscono per una volta, tra silenzi e lampi di svelamento, non pagine ma persone.

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Massimo Bocchiola, Echi da Babele, Pavia, Santa Caterina, 2016

Tradurre è un'arte silenziosa e discreta, spesso nascosta allo sguardo del lettore. Autore in incognito, il traduttore vive da sempre diviso tra il dovere di rispettare il testo e l'urgenza di renderlo comprensibile nella lingua d'arrivo. Valicate le frontiere, in queste pagine Rodari si ritrova a testa in giù, Malaussène impara l'italiano e il commissario di Vigata si presenta «Montalbano je suis». Attraverso ricerche d'archivio, materiali inediti e testimonianze dirette, "Echi da Babele" svela i retroscena del mondo della traduzione in più di venti casi editoriali, da Gomorra al Trono di Spade, dalla Dickinson alla Rowling, da Queneau a Murakami. Presentazione di Massimo Bocchiola.

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Laura Bocci, Di seconda mano: né un saggio, né un racconto sul tradurre letteratura, Milano, Rizoli, 2004

A metà tra racconto, autobiografia e saggio, questo singolare romanzo intreccia storie legate tra loro dal filo rosso della traduzione letteraria. La storia è quella di una donna di oggi, che il mestiere di traduttrice porta a viaggiare tra testi, città e culture molto diversi tra loro: il Marocco e i classici arabi, Berlino e l'incontro col Romanticismo tedesco, l'Italia e le stanze della cultura editoriale di oggi. Sullo sfondo, gli eterni problemi del mestiere di traduttore: che cosa significa essere la "seconda mano" che tocca il testo d'autore, che lo riscrive e lo trasforma? Un romanzo picaresco tutto al femminile su quell'avventura letteraria che è la vita.

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Franco Fortini, Lezioni sulla traduzione, Macerata, Quodlibet, 2011

Dal 1989, anno in cui furono tenute queste lezioni finora inedite, l'incremento della produzione teorica sul tema del tradurre è stato esponenziale, accompagnato dal progressivo fiorire di scuole di specializzazione, corsi universitari, master, tesi a consacrarne la dignità di materia di studio autonoma. Tuttavia, a sottolineare una particolare osticità dell'argomento, da sempre refrattario ad essere inquadrato in un sistema di regole, o anche, più umilmente, a una chiara classificazione dei fenomeni linguistici in esso coinvolti, decenni di fermento hanno proposto scarsissime novità. Di contributi teorici che abbiano rivoluzionato i termini del problema non si ha notizia, mentre il traduttore continua ad occupare il gradino più basso fra gli operatori della cultura. Di qui l'attualità di queste lezioni, nelle quali il problema della traduzione viene approfondito da vari punti di vista - quello della critica letteraria, della linguistica, ma anche quello socioeconomico e ideologico-politico. E dato che per Fortini il modo in cui si traduce è un indicatore privilegiato per decifrare l'evoluzione di un contesto culturale nel suo insieme, il gran numero di esempi tratti dagli scrittori italiani del Novecento e non solo (soprattutto fra i poeti), ci apre una serie di prospettive per una rilettura complessiva della letteratura italiana del secolo appena trascorso. Con la premessa di Luca Lenzini.

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Monica Lupetti e Valeria Tocco [a cura di], Traduzione e autotraduzione: un percorso attraverso i generi letterari, Pisa, ETS, 2013

Nel novembre del 2012 si celebrava a Pisa un convegno internazionale, articolato tra la Scuola Normale Superiore e il Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dell'Università. Due intense giornate di dibattito sulla traduzione poetica, narrativa, saggistica, con un occhio al teatro, alla didattica e all'autotraduzione. Questo volume prende avvio da quel proficuo scambio di idee, raccogliendo alcuni degli interventi presentati in quella occasione e dando altresì spazio a nuovi contributi che, per una ragione o per l'altra, non era stato possibile includere nel novero delle comunicazioni dal vivo. Un nuovo percorso, dunque, che, sulla falsariga di quei giorni di studio, ci conduce attraverso l'intricato e intrigante campo della traduzione. Con interventi di: Benedetta Campennì, Federica Cappelli, Elena Carpi, Allindo J.N. Castanho, Daniele Corsi, Giorgio De Marchis, Gian Luigi De Rosa, Sonia Duarte, Joaquim Feio, Giovanna Fiordaliso, Lisa Franchini, Alessandra Ghezzani, Alessandro Ghignoli, Francesca Giannelli, Marco E
.L. Guidi, Matteo Lefèvre, Elisa Lupetti, Monica Lupetti, Rebecca Martignoni, Luisa Selvaggini, Stefania Stefanelli, Tommaso Testaverde, Valeria Tocco, Giampaolo Vincenzi. Postfazione di Carme Riera.

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Franco Nasi, Specchi comunicanti: traduzioni, parodie, riscritture, Milano, Medusa, 2010

L'autore affronta in modo originale i temi dell'etica del tradurre e della moltiplicazione del testo con questo nuovo volume in cui si mette in luce quanto di sorprendente può venire dalle metamorfosi letterarie. Si va dal confronto degli stili delle versioni in italiano moderno del Decameron, alle traduzioni delle parodie di Alice, agli adattamenti di Pinocchio fra Hollywood e Nairobi, all'Ubu Re di Jarry di cui si segue l'itinerario teatrale delle Albe tra Ravenna, Dakar, Chicago e Scampia. In questo percorso eccentrico può capitare anche di incontrare Leopardi, filologo e poeta, che agli inizi della sua carriera amava nascondersi dietro insospettabili maschere letterarie. Alla fine si deve prendere atto che tradurre è anche un esercizio di felicità. Il traduttore infatti non è uno dei tanti specchi che restituiscono un testo, ma è uno dei tanti specchi che lo costituiscono: dicendo ogni volta qualcosa di più e qualcosa di meno su di esso, dice ogni volta qualcosa di nuovo. I traduttori
come specchi che parlano a una cultura diversa, ma anche a volte alla cultura in cui quel testo irrequieto, che vuole ancora farsi ascoltare, è nato; specchi che comunicano anche fra di loro, come vasi comunicanti, compiendo, ancora una volta, il singolare miracolo del ritrovamento della parola poetica.

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George Steiner, Dopo Babele: aspetti del linguaggio e della traduzione, Milano, Garzanti, 2004

"Dopo Babele" è ormai diventato un classico. Il saggio di George Steiner ha aperto la strada a un nuovo campo di discussione: ha costituito infatti il primo tentativo particolareggiato di situare la traduzione al cuore della comunicazione umana, e di esaminare come le costrizioni alle quali è sottoposta la traducibilità tra le lingue diverse richieda un'indagine filosofica sulla consapevolezza e sul significato del significare. Steiner constata che la traduzione è formalmente e praticamente implicita in ogni atto della comunicazione: "capire" significa sempre "decifrare", anche quando la comunicazione avviene all'interno della stessa lingua.

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