Parliamo di Libertà

gennaio 2022

Dal 20 gennaio al 10 febbraio 2022 i portici del centro di Imola ospiteranno la mostra itinerante Patrik patrimonio dell’umanità. Nata in occasione del trentesimo compleanno di Patrick Zaki, l’installazione, che espone striscioni ritraenti i volti e le storie di prigionieri politici provenienti da diversi paesi, si è svolta per la prima volta sotto i portici di Bologna tra il 16 e il 30 giugno 2021 su iniziativa di 6000sardine e Amnesty International Italia, con l’intento di portare l’attenzione sui diritti inviolabili della persona e sui grandi temi della libertà e della giustizia in generale.

A sostegno dell’iniziativa, la Biblioteca comunale di Imola propone un percorso di lettura a tema che illustra la realtà politica e sociale di quei Paesi, retti da regimi, in cui l'espressione del libero pensiero, di stampa e di parola sono negate. E lo fa attraverso una selezione di biografie ed emblematiche vicende di singoli esponenti del mondo della polita, dell’informazione, della cultura: l’attivista politica iraniana Shirin Ebadi; lo studioso italiano Giulio Regeni; l’ex presidente uruguaiano Pepe Mujica; la giornalista russa Anna Politovskaja, quello turco Ahmet Altan, e tanti altri ancora  le cui storie parlano di oligarchie e dittature militari che non ammettono opposizioni e agiscono in modo repressivo e paranoico rispetto ad ogni coscienza critica.

Il presente percorso, che diventa l’occasione per aprire un momento di riflessione sullo stato delle libertà fondamentali a livello globale, rende dunque omaggio alle tante voci che sono state osteggiate e molto spesso tacitate ma non per questo dimenticate.

 

Ahmet Altan

Nato nel 1950 ad Ankara, in Turchia, svolge da oltre 20’anni l’attività di giornalista. Ha ricoperto diversi ruoli e incarichi come editorialista, caporedattore e reporter per diverse testate (Hurriyet, Milliyet e Radikal, Taraf). Già accusato di “denigrazione della turchità” per aver sostenuto in più interventi la causa dei Curdi e quella degli Armeni, fallito il colpo di Stato contro il Presidente Erdogan il 15 luglio del 2016, Altan viene arrestato e nel 2018 condannato all’ergastolo, assieme al fratello Mehmet, con la scusa di aver mandato “messaggi subliminali” agli organizzatori. Dopo una serie di ripetuti arresti e scarcerazioni, il 14 aprile 2021 viene definitivamente rimesso in libertà. Il Libro Non rivedrò più il mondo è un diario testimonianza della prigionia e del trattamento umano e giudiziario ricevuto del 2018.

 

Anna Politovskaja

Nata a New York nel 1958, laureata in giornalismo all’Università di Mosca, dal 1999 inizia a scrivere per il giornale indipendente Novaja Gazeta denunciando con coraggio le politiche di Putin e Kadyrov, soprattutto per il mancato rispetto dei diritti umani in Russia e in Cecenia. Numerosi anche i suoi reportage di guerra dalle Repubbliche caucasiche. Vince il premio Global Award di Amnesty International nel 2001 e l’Osce per il giornalismo e la democrazia nel 2003. Nel 2001 fugge a Vienna per le ripetute minacce di morte ricevute a seguito delle sue denunce al presidente Lapin, accusato di crimini contro la popolazione cecena. Nel 2006 viene fraddata da 5 colpi di pistola nel suo ascensore.

 

Aung San Suu Kyi

Nasce in Birmania nel 1945 da una famiglia molto attiva sul piano politico e sociale, all’interno della quale matura il senso di un impegno per la libertà e il riconoscimento dei diritti fondamentali. Dopo 15 anni di assenza dal Paese, vi fa ritorno nel 1988 quando una forte insurrezione popolare contro il regime militare, porta alle dimissioni del dittatore Ne Win, al potere dal 1962. Aung San Suu Kyi aderisce alle proteste, chiede di indire libere elezioni ma il regime resiste e in pochi mesi riorganizza un colpo di Stato che fa salire al potere Saw Mang un generale molto vicino al dittatore Ne Win che impone la legge marziale e la mette agli arresti domiciliari, pena che sconta fino al 2010. Nel 1991 viene insignita del premio Nobel per la Pace, ma lo ritirerà solo nel 2012.

 

Benazir Bhutto

Nata a Karachi in Pakistan nel 1953, dopo l’esecuzione del padre che era a capo del PPP (Partito Popolare Pakistano), voluta dal generale Muhammad Zia-ul-Haq, nel 1984  eredita la reggenza del partito e inizia la sua lotta di opposizione alla dittatura.

Ricopre per due volte la carica di Primo ministro: dal 1988 al 1990 e poi dal 1993 al 1996, anni sporcati dall’accusa rivolta a lei e al marito di corruzione. Scampata ad un primo attentato suicida di matrice musulmana integralista, Buttu rimane vittima di un secondo attacco il 27 dicembre 2007 sulle cui origini e dinamiche aleggia ancora il mistero: di natura terrorista islamica, secondo la condanna ufficiale del presidente pakistano Pervez Musharraf; orchestrato dallo stesso Musharraf, stando al verdetto di una corte pakistana pronunciatasi il 26 aprile 2013 che avrebbe per questo posto agli arresti domiciliari il presidente. Il 31 agosto 2017 il tribunale antiterrorismo di Rawalpindi ha condannato Musharraf latitante per l’omicidio della Bhutto.

 

Giulio Regeni

Nato il 15 gennaio 1988 a Noncello in Friuli, studia in America e in Inghilterra. Vince nel 2012 e nel 2013 il premio “Europa e giovani” per i suoi studi inerenti il Medio Oriente.

Il 3 febbraio 2016 viene trovato morto al Cairo dove si trovava a svolgere il dottorato per l’Università di Cambridge con un lavoro sui Sindacati indipendenti egiziani. I segni delle evidenti torture rinvenuti sul corpo rimandano immediatamente a pratiche di sevizie adottate dai servizi segreti egiziani, cosa che ha messo sotto accusa il regime di Al Sisi. Ad oggi, come noto, la vicenda giudiziaria non è ancora stata risolta per via dei molti depistaggi e dell’insabbiamento del caso da parte dell’Egitto.

 

Ngawang  Sangdrol

Monaca Tibetana nata a Lahasa nel 1977, viene incarcerata all'età di 13 anni dal governo della Repubblica popolare cinese, per aver manifestato pacificamente contro l'occupazione cinese del Tibet nel 1992. Inizialmente viene trattenuta per otto mesi senza processo, poi condannata a tre anni di reclusione. La pena però le viene poco per volta aumentata fino a 23 anni per la sua condotta in carcere, assolutamente poco remissiva. Assieme ad altre 13 suore in cella incide un nastro con canzoni inneggianti la libertà. Grazie a forti pressioni di varie organizzazioni politiche tibetane e internazionali a favore dei diritti umani, viene rilasciata nell'ottobre 2002. Ancora oggi Ngawang è una figura di spicco nel panorama del movimento indipendentista tibetano. 

 

Pepe Mujca

Nato a Montevideo nel 1935, figlio di un contadino caduto in disgrazia, partecipa fin da ragazzo alla vita politica. Nei primi anni ‘60 entra nel movimento dei Tupamaros (Movimiento de liberación nacional) che, ispirato alla rivoluzione cubana e votato alla difesa dei diritti dei lavoratori della canna da zucchero del nord, teorizza e pratica la guerriglia urbana, con attentati, rapine e sequestri. Col colpo di Stato del 1973 ad opera del dittatore Juan Marìa Bordaberry, Mujca viene arrestato e messo in isolamento. Per 12 anni resterà confinato in una cella angusta in condizioni disumane. Ristabilita la democrazia nel 1985 viene liberato e riprende la sua partecipazione alla vita politica del Paese. Nel 1999 viene eletto senatore, nel 2005 è nominato ministro dell’allevamento e nel 2009, candidato nella formazione del Fronte ampio, diventa presidente dell’Uruguay, carica che ricopre dal 2010 al 2015. La popolarità e il carisma che lo accompagnano sono derivate dalle sue politiche orientate ai diritti civili come la depenalizzazione dell’aborto, il riconoscimento dell’istituto del matrimonio omosessuale e la legalizzazione delle droghe leggere, ma molto anche alla sua condotta personale improntata alla sobrietà, che lo ha reso celebre per la devoluzione della maggior parte dello stipendio a favore della collettività e dei poveri.

 

Shirin Ebadi

Nata ad Hamadan in Iran nel 1947, laureata in giurisprudenza, tra il 1975 e il 1979 ricopre la carica di presidente di una sezione del tribunale di Teheran. Ma dopo la rivoluzione islamica nel 1979 è costretta, come tutte le donne, ad abbandonare la magistratura con una retrocessione per lei intollerabile, venendole assegnato un nuovo ruolo di “esperta di legge”. Si occupa da sempre della difesa dei dissidenti e dei liberali accusati dal sistema giudiziario iraniano.

Nel 1994 fonda l’associazione Society for Protecting the Child's Rights. Nel 2003 le viene assegnato il Nobel per la Pace. Nel 2009 la polizia iraniana fa irruzione nel suo appartamento, picchia il marito e le sequestra il premio con l’accusa di evasione fiscale non avendo versato 410 mila dollari di tasse arretrate per il Nobel. Il libro Finchè non saremo liberi è un mamoire della sua vita da attivista e perseguitata politica contro un regime ostile alle donne, ai dissidenti e a tutte le minoranze.

 

Il presente percorso di lettura risponde all’obiettivo 10 (Ridurre le disuguaglianze) e 16 (Pace, giustizia e istituzioni solide) dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, approvata dall’ONU nel 2015 con l’ambizione di realizzare pace, prosperità e uguaglianza per il pianeta e l’umanità. Articolata in “17 obiettivi di sviluppo sostenibile” (SDG: Sustainable Development Goals) e 169 target, l’agenda è condivisa a livello mondiale da tutti i Governi e tutte le Associazioni che intendono operare in questa direzione. La Biblioteca Comunale di Imola, attraverso l’Ifla (International Federation of Library Association) e  l’AIB (Associazione Italiana Biblioteche) supporta gli SDG.

 

 

 

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Ahmet Altan, Non rivedrò più il mondo, Milano, Solferino, 2018

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Ahmet Altan è stato travolto dall'ondata di arresti che ha seguito, nel 2016, il fallito colpo di stato del 15 luglio contro Erdogan. Da allora è recluso in un carcere nei pressi di Istanbul. L'accusa a suo carico è di aver favoreggiato il golpe tramite «messaggi subliminali». Nel febbraio 2018 il suo processo-farsa si è concluso con un'atroce sentenza: ergastolo senza condizionale. "Non rivedrò più il mondo" è il messaggio che Altan lancia dalla sua cella: è un testo breve, che contiene molti universi. È uno scioccante diario di prigionia, dall'irruzione della polizia in casa di Ahmet e del fratello Mehmet fino alla notizia della condanna a vita in regime duro. È una galleria di personaggi e incontri miserabili in cui l'ingiustizia prende corpo e volto. È un inno all'immaginazione e al suo potere di evadere dalle quattro mura che la costringono riconquistando aria e spazio. È un ragionamento di straordinaria lucidità sui concetti universali di vita, morte, tempo, destino. È un elogio della scrittura come forma irrinunciabile di dignità dell'individuo. Da un lato, c'è un "corpo in trappola", dall'altro "una mente che non si curava e rideva di ciò che sarebbe accaduto al corpo, si credeva intoccabile ed era intoccabile".

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Ahmet Altan, Tre manifesti per la libertà, Roma, E/O, 2018

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Il volumetto che pubblichiamo si apre con una lettera al presidente turco in cui 51 premi Nobel chiedono la scarcerazione di Ahmet Altan e il ristabilimento dello stato di diritto in. Turchia. Seguono tre documenti scritti dall'autore recentemente condannato all'ergastolo. Si tratta di tre memorie difensive in cui Altan, in uno stile chiaro, efficace e letterario, difende le idee di giustizia, di onestà, di legalità e mette in ridicolo non solo le accuse contro di lui ma anche il sistema corrotto e violento che sta trascinando il suo Paese verso la dittatura. Capovolgendo la situazione che lo vede al banco degli imputati, Altan scrive: "Giudicherò coloro che, a sangue freddo, hanno ucciso il sistema della giustizia consentendo l'arresto di migliaia di cittadini innocenti. Non ho il potere di punire la gente né d'incarcerarla e, in ogni caso, non vorrei mai avere questo potere. Ma ho il potere di svelare l'omicidio, di identificare l'assassino, di mostrare le armi sanguinarie usate per questo infido delitto e di raccontare i crimini che sono stati commessi". Il ricavato delle vendite di questo libro andrà, tolte le spese di produzione e distribuzione, all'autore. La casa editrice non tratterrà nulla.

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Nadia Angelucci, Gianni Tarquini, Il presidente impossibile: Pepe Mujica: da guerrigliero a capo di stato, presentazione di Erri De Luca, Roma, Nova Delphi, 2014

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A chi non è capitato di sentir parlare di Pepe Mujica, il capo di stato più povero del mondo, che dona il 90% del suo stipendio ai bisognosi e ha legalizzato l'uso della cannabis nel suo Paese? L'uomo che parla alla gente con la lingua dei più umili e che fa della sobrietà uno stile di vita viene raccontato in questo libro, la sua prima biografia italiana, partendo dagli anni della gioventù, passando per la lotta armata e arrivando infine ai nostri giorni e alla presidenza dell'Uruguay. Presentazione di Erri De Luca.

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Aung San Suu Kyi, Lettere dalla mia Birmania, Milano, Sperling & Kupfer, 2007

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La Birmania, oggi conosciuta con il nome di Myanmar - è soggetta a un regime spietato e autoritario. Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, è stata la protagonista assoluta, il leader ideale del partito che ha tentato per lungo tempo di riportare la democrazia e i diritti civili nel paese. Questa donna tenace e coraggiosa ha subito, a causa delle sue idee, profonde umiliazioni, come l'arresto, la detenzione. l'allontanamento dalla famiglia, senza mai arrendersi alla violenza e alla cieca arroganza del potere. Per questo, quando parla della sua terra lo fa con la passione, la malinconia e insieme la lucidità che solo un politico di rango possiede. Lo dimostra questo libro con cui l'autrice consegna un ritratto della Birmania, evocando ora l'avvicendarsi delle stagioni, ora le feste della tradizione, ora gli usi e i costumi più significativi; e ancora, rende onore al coraggio e all'abnegazione di uomini semplici, artisti, intellettuali che, a prezzo di infiniti sacrifici, a volte della stessa vita, hanno sostenuto e sostengono la democrazia. Non solo: Aung San Suu Kyi denuncia con fermezza le penose condizioni di miseria della popolazione, privata dei diritti più elementari come l'istruzione e l'assistenza sanitaria, e si pone davanti ai potenti della Terra come simbolo della speranza in una forza più grande del potere armato.

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Benazir Bhutto, Riconciliazione: l'Islam, la democrazia, l'Occidente, Milano, Bompiani, 2008

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Il 27 dicembre 2007 Benazir Bhutto, leader dell'opposizione democratica pakistana, viene uccisa in un attentato al termine di un comizio pre-elettorale. Cinque giorni prima di morire, Benazir consegna al suo agente letterario un libro a cui sta lavorando da diversi anni. Quella che doveva essere una lucida e illuminante analisi che avrebbe accompagnato Benazir Bhutto nella sua attività di governo del Pakistan e nella gestione dei precari equilibri politici in cui il Pakistan è coinvolto, si è trasformata in un testamento politico, lasciato in eredità a chiunque voglia capire la difficile situazione politica mondiale. E Benazir Bhutto - cui la dittatura militare pakistana aveva già sottratto il padre e il fratello, e che era stata costretta alla detenzione prima e all'esilio dalla sua terra poi - dimostra in questa sua ultima testimonianza tutto il suo coraggio, condannando aspramente non solo il fondamentalismo islamico, ma anche l'Occidente, e gli Stati Uniti in particolare, per aver condotto negli anni una politica cinica e scellerata che li ha portati a sostenere gli stessi fondamentalisti islamici e la dittatura militare del generale Zia, in funzione antisovietica. Ma da queste pagine emerge anche la chiara visione che una riconciliazione è possibile. E forse è proprio questa fede incrollabile che l'ha condotta, con assoluta consapevolezza, al sacrificio della propria vita.

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Philippe Broussard, Danielle Laeng, La prigioniera di Lhasa: Ngawang Sangdrol, religiosa e ribelle, Roma, Fandango libri, 2002

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Sul Tetto del Mondo, una donna si batte: Ngawang Sangdrol, la Prigioniera di Lhasa. Questa religiosa bubbista di 23 anni è incarcerata nella capitale tibetana dal 1992 per aver osato contestare l'occupazione cinese del suo paese. Arrestata e torturata all'età di nove anni, oggi la giovane monaca è considerata il simbolo della resistenza al governo di Pechino. Il Dalai Lama ha lanciato inutilmente appelli per liberarla.
Il libro traccia la biografia di questa "Giovanna d'Arco del Tibet" - dal convento alla prigione, dalla fede alla sofferenza - e la ricostruisce attraverso testimonianze inedite dei suoi amici più cari e compagne di carcere, nuove denunce sulla pulizia religiosa e politica nel paese, la vita quotidiana nel paese delle nevi. Documenti di una forza rara che nulla ignorano delle realtà del Tibet.

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Philippe Broussard, Le ribelli del Tibet, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1998

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Il Tibet, invaso dalla Cina nel 1950, vive da allora sotto la dominazione del suo potente vicino. Nel corso degli anni i cinesi hanno imprigionato, deportato o ucciso centinaia di migliaia di persone. Una resistenza, animata principalmente da religiosi buddhisti, rifiuta la capitolazione. Due giovani monache, Kyzom e Yangdol, raccontano in questo libro la loro storia sconvolgente. Rifugiate in India, dove il giornalista francese Broussard le ha incontrate, parlano a nome dei ribelli che ancora rischiano la vita, lassù, in Tibet.

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Marco Guidi, Atatürk addio: come Erdoğan ha cambiato la Turchia, Bologna, Il mulino, 2018

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Se Atatürk volle una Turchia laica e occidentale, oggi Erdogan va nella direzione opposta. Il paese sta assistendo infatti a una rapidissima reislamizzazione, segno che ottant'anni di laicismo di stato non hanno mai scalfito davvero l'islamismo delle masse. Dopo il recente golpe mancato, impadronitosi di ogni apparato statale, abbandonato ogni discorso europeo, Erdogan mira a far diventare la Turchia leader di un'area vastissima (che ricalca quella dell'antico impero ottomano) e paese guida dei sunniti. Vista alla luce della storia della repubblica turca, la svolta dice molto sull'evoluzione futura del paese, il cui ruolo negli equilibri dell'area mediorientale e mediterranea resta più che mai cruciale.

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Shirin Ebadi, Finché non saremo liberi: Iran: la mia lotta per i diritti umani, Milan, Bompiani Overlook, 2016

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Shirin Ebadi, la prima donna musulmana a ricevere il Premio Nobel per la Pace, ha ispirato milioni di persone nel mondo con il suo impegno da avvocato per i diritti umani, difendendo soprattutto le donne e i bambini dal brutale regime iraniano.
Per questo il governo ha cercato di ostacolarla in tutti i modi, ha intercettato le sue telefonate, ha messo sotto sorveglianza il suo ufficio, l’ha fatta pedinare, ha minacciato lei e i suoi cari con metodi violenti e indicibili. Oggi Shirin Ebadi ci racconta la sua storia di coraggio e di ribellione contro un potere intenzionato a portarle via tutto – il matrimonio, gli amici, i colleghi, la casa, la carriera, persino il Premio Nobel – ma che non è riuscito a intaccare il suo spirito combattivo e la sua speranza di giustizia e di un futuro migliore: “è per amore dell’Iran e del suo popolo, delle sue potenzialità e della sua grandezza, che ho intrapreso ogni singolo passo di questo viaggio. E so che un giorno gli iraniani troveranno la loro strada per la libertà e la giustizia che meritano.” Finché non saremo liberi è il racconto incredibile di una donna che non si arrenderà mai, non importa quali rischi dovrà correre: un esempio per tutti, che insegna il coraggio di lottare per le proprie convinzioni.

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Antonella Beccaria, Gigi Marcucci, Morire al Cairo: i misteri dell'uccisione di Giulio Regeni, Roma, Castelvecchi, 2016

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Quando Giulio Regeni viene trovato morto, in una mattina di inizio febbraio, è subito evidente che molti conti non tornano. Chi ha fatto scomparire il giovane studioso? Perché è stato torturato? Qual è il coinvolgimento dello Stato egiziano? Il passare dei giorni non contribuisce a creare chiarezza, anzi è fortissima la sensazione di trovarsi di fronte a spiegazioni di comodo. Dove sta la verità? Chi era Regeni, di che cosa si stava occupando in Egitto? Che rapporto ha la sua uccisione con altre violazioni dei diritti umani perpetrate nel Paese? Antonella Beccaria e Gigi Marcucci hanno condotto un'inchiesta approfondita e rigorosa, scavando in Italia e in Egitto, per cercare di portare chiarezza in questa oscura vicenda.

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Azzurra Meringolo Scarfoglio, Fuga dall'Egitto: inchiesta sulla diaspora del dopo-golpe,
Formigine, Infinito, 2019

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Un'inchiesta all'interno della nuova diaspora egiziana, composta dagli esuli di ultimissima generazione. Giornalisti, sindacalisti, artisti, medici, poeti, politici e attivisti per i diritti umani scappati dal loro Paese quando, dopo il golpe dell'estate del 2013, i militari sono tornati al potere. Un viaggio che parte da New York e Washington, tocca la Silicon Valley, Londra, Berlino, Doha, Istanbul e arriva quasi al Polo Nord. I nuovi esuli egiziani sono arrivati fin qui per sfuggire al carcere, a sommari processi di massa, a tentativi di cooptazione, alla censura di chi non voleva che raccontassero - ad esempio - dettagli scomodi sulla tragica fine di Giulio Regeni. Per alcuni l'esilio è arrivato dopo lunghi periodi di detenzione, segnati da torture fisiche e psicologiche. Dalla diaspora raccontano il viaggio con il quale è iniziato il loro esilio, spesso una fuga improvvisa che li ha resi parte di quella che alcuni storici hanno già definito la più importante ondata migratoria nella storia dell'Egitto contemporaneo. E tra gli esuli che sognano di tornare in patria nasce anche una nuova intellighenzia, che lavora per quando in Egitto tornerà la libertà. "Azzurra Meringolo con questa panoramica umana sugli esuli da un Paese governato da una dittatura ci sollecita a non lasciare nel dimenticatoio donne, uomini e processi che non abbandonano il campo a seguito di una sconfitta, ma la metabolizzano e riprendono il cammino con altre modalità, ma con lo stesso orizzonte ideale". (Moni Ovadia) "L'Egitto è considerato da molti Paesi occidentali un partner chiave nella lotta al terrorismo a livello regionale e questa è la giustificazione usata per rifornirlo di armi, software di sorveglianza e altro materiale, nonostante le prove che dimostrano il loro utilizzo per commettere gravi violazioni dei diritti umani" (Riccardo Noury). Prefazione di Moni Ovadia. Introduzione di Riccardo Noury.

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Lorenzo Casini, Daniela Melfa, Paul Starkey (a cura di), Minnena: l'Egitto, l'Europa e la ricerca dopo l'assassinio di Giulio Regeni, Messina, Mesogea, 2019

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In dialetto egiziano il termine «minnena» significa «parte di noi» ma anche «da parte nostra». Nel dare il titolo al libro, descrive il rapporto profondo, intimo, che lega gli autori ai contenuti di queste pagine. Per anni, molti di loro hanno svolto ricerche su specifici aspetti della società, della politica e della letteratura egiziana e hanno instaurato collaborazioni scientifiche, ma hanno anche stretto legami affettivi e sviluppato un forte senso di empatia con le sofferenze e le speranze di chi vive nel Paese. Minnena è altresì una presa di parola da parte di alcune delle principali società europee di studi sull'Africa e il Medio Oriente (Sesamo, Brismes, Asai), convinte che gli specialismi siano una preziosa risorsa della nostra società. Gli appassionati e rigorosi contributi raccolti in questo volume prendono in esame la situazione egiziana nella fase di effervescenza rivoluzionaria e di successiva repressione, ma anche lo stato della ricerca all'indomani dell'assassinio di Giulio Regeni, allargando così il focus all'Europa per analizzare criticamente i rapporti italo-egiziani e la rappresentazione mediatica del caso Regeni in Gran Bretagna e Italia.

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Anna Politkovskaja, Per questo: alle radici di una morte annunciata: articoli 1999-2006, Milano, Adelphi, 2009

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Di tutti i libri di Anna Politkovskaja, questo, uscito dopo il suo assassinio, è il più tragico e potente: ci dice infatti il perché di un destino, consenten di leggere in successione le cronache che nel tempo hanno decretato la fine di una vita. Gli articoli sono stati raccolti grazie al lavoro appassionato dei giornalisti di "Novaja gazeta", dei figli e della sorella di Anna Politkovskaj ne è uscito un documento dove testi pubblicati e altri ancora inediti o incomp promemoria personali e testimonianze confluiscono in una sorta di ininterrotto reportage sulla Russia contemporanea, dall'ottobre 1999 a fine settembre 2006, pochi giorni prima della morte avvenuta il 7 ottobre nell'androne di casa per mano di un killer. Il 19 febbraio 2009 un tribunale moscovita ha assolto i tre imputati del delitto, ma il 25 giugno la Corte Suprema ha annullato "per significative violazioni procedurali" la sentenza di assoluzione. Il processo dunque si rifarà. Per Anna Politkovskaja l'unico giornalismo possibile era un giornalismo "sanitario" - così lei lo definiva -, teso a proclamare una verità che si imprime nella memoria anche grazie al vigore dello stile, al senso dello humour, all'alta percettività nello scandagliare l'anima di vincitori e vinti. Il campo di indagine è vastissimo, ma qui gli scenari già delineati nei libri precedenti vengono ripercorsi con nuovi dettagli e approfondimenti rivelatori.

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Marco Respinti, Gli artigli del dragone: crimini, violazione dei diritti umani e cultura di morte nella Cina del terzo millennio, Casale Monferrato, Piemme, 2008

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Della Cina, un Paese grande quasi come un Continente, l'Occidente ha sicuramente una percezione surreale, a tratti addirittura paradossale. Se ne parla (anche molto), con essa si commercia (pure abbondantemente), ma è come se tutti fingessero di non vedere le macroscopiche piaghe che l'affliggono. La Cina, erede - comunque e nonostante tutto - del passato maoista, resta una grande potenza militare ed economica dove vige un regime ancora ispirato al dirigismo più anacronistico, ma soprattutto un Paese in cui si violano sistematicamente i diritti umani, le libertà fondamentali della persona e la dignità dei cittadini. Sono all'ordine del giorno, ancora oggi, arresti indiscriminati, azioni ingiustificate di polizia, abusi illegittimi. Nello spregio più totale dello Stato di diritto, la Cina continua a praticare su larga scala la pena di morte, mietendo annualmente migliaia di vittime. Si calcola che anche nel 2006 siano stati circa tremila i giustiziati (su un numero circa doppio di condannati alla pena capitale). Ma, a differenza degli altri Paesi più civili e giuridicamente avanzati - come gli Stati Uniti d'America - colpiti da pubbliche campagne di decisa condanna, la Cina suscita solo qualche sporadica protesta e viene menzionata solo come uno dei tanti Paesi in cui vige la pena di morte.

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Win Tin e Sophie Malibeaux, Una vita da dissidente, Milano, O barra O, 2011

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Win Tin, braccio destro di Aung San Suu Kyi e cofondatore della Lega nazionale per la democrazia, è la grande voce della resistenza contro la giunta militare al potere in Birmania. Malgrado l'oppressione del regime, Win Tin si è sempre battuto per la democrazia con le armi dell'intelletto e della scrittura, dapprima come giornalista e poi come attivista politico, fino al 1989 quando, per la sua propaganda antigovernativa, viene condannato a 21 anni di reclusione. All'indomani della liberazione, nel 2008, la sua lotta continua con il racconto dell'esperienza di prigioniero politico nel carcere di Insein, tristemente noto per le disumane condizioni di detenzione. 7.000 giorni, 19 anni di vita, descritti in tutta la loro crudezza, nella speranza che conoscere la verità "possa aiutare le persone a capire le sofferenze" di quanti si battono per la democrazia in Birmania. Una testimonianza unica, la denuncia implacabile di un uomo che nemmeno le vessazioni più atroci sono riuscite a piegare e a deviare dai suoi ideali politici. Postfazione di Cecilia Brighi.