La vita tra lavoro e preghiera
Le giornate alla Scaletta
I giovani al compimento dei 14 anni restano generalmente con le famiglie a cui sono stati affidati, soprattutto se contadine, perché come garzoni sono di aiuto nei lavori agricoli, oppure diventano apprendisti presso botteghe artigiane della città o del territorio. Ricevono un compenso per il loro lavoro e rimangono sotto la tutela dell’ospedale fino all’età di 18 anni.
Le ragazze tra i 12 e i 14 anni rientrano invece in ospedale dove la loro giornata è scandita da preghiera e lavoro nel rispetto di orari e regole precise. È obbligatorio indossare l’uniforme color celeste e raccogliere i capelli in una treccia legata da un nastro nero. Bandito l’uso di pettinini.
Le giovani lavorano al telaio tessuti in cotone e raffinati damaschi, filano cotone e lana, confezionano fazzoletti e tovaglioli. Lavorano per le necessità dell’ospedale e su ordinazione di privati, come i conti Tozzoni. Tutta l’attività è organizzata e controllata dalla maestra dei “telari”. Il ricavo è diviso tra ospedale ed esposte: alle ragazze rimane circa il 33% che possono mettere da parte come dote di matrimonio. Talora alcune rimangono all’interno dell’ospedale anche dopo la maggiore età, fissata per le ragazze a 21 anni, e sono impiegate in attività di supporto al funzionamento dell’istituto, come cuoche, maestre delle putte, maestre dei “telari”.
Alla Scaletta nel 1822 sono presenti 75 femmine tra i 18 e i 61 anni e 4 maschi dai 18 ai 20 anni.
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